Monthly Archives: December 2013

Magpie Discipline, la scienza della gazza ladra.

magpie.print

Il 28 ottobre è comparso sul Guardian (http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/oct/28/mainstream-economics-denial-world-changed) un articolo di Aditya Chakrabortty molto critico verso i cosiddetti economisti mainstream, accusati di essere tra i principali responsabili del radicamento delle elité all’interno della società moderna. Il punto centrale dell’articolo è che, nella Gran Bretagna del Post-Crash le élite, che non hanno impedito l’avvento della crisi stanno mantenendo comunque il potere, pur mancando della credibilità per esercitarlo.

In questo scenario i sostenitori della Grande Moderazione, “armati di PhD”, avrebbero dovuto essere screditati ampiamente dopo il crash economico. Ma dopotutto, il cambiamento più significativo non è stato altro che un documentario di Charles Ferguson che mostrava come le menti più brillanti delle università americane fossero stati pagati dalla “Big Finance” per pubblicare ricerche che supportassero i loro stessi finanziatori. E per quanto riguarda i principali corsi di laurea in economia? Sono rimasti gli stessi per un semplice motivo: gli alti sacerdoti dell’economia rifiutano di riconoscere che il mondo è cambiato.

 L’articolo non dimentica, seppur in nota critica, i “colleghi” della Post-Crash Economics Society di Manchester e la loro petizione per la creazione di un syllabus che comprenda le altre visioni del mondo economico, all’infuori di quella basata su insiemi di acritici problemi algebrici. Questo significa tornare a Smith, Malthus e Marx?- chiede il columnist del quotidiano britannico ai ragazzi. “Esattamente”. Ma perché quindi ignorare la teoria della distruzione creatrice [1] di Schumpeter? “Beh, a lui si farà un cenno.”

Non è certo tutta colpa dei docenti, che si trovano 400 studenti in un’aula, condizione non certo adatta ad andare un attimo fuori dai confini del programma. Però bisogna tenere conto principalmente del risultato finale: gli studenti di economia escono dall’aula dell’esame con la stessa identica cassetta degli attrezzi di chi cinque anni fa ci ha portati a questo sfacelo.

L’economia dovrebbe quindi essere una magpie discipline. Una disciplina da gazze ladre, letteralmente, il che vuol dire che dovrebbe “rubare”, attingere, dalle diverse discipline quali la filosofia, la storia e la scienza politica. Negli anni ’70 la facoltà di economia di Cambridge vantava leggende quali Nicky Kaldor e Joan Robinson. Come scrive Tony Lawson, all’epoca “c’erano grandi dibattiti e gli studenti attingevano alla politica, alla storia del pensiero economico… ma ora nulla. Nessun dibattito, nessuna contaminazione del pensiero politico o della storia del pensiero economico all’interno dell’economia. I corsi sono quasi esclusivamente fatti di matematica”.

[1] La teoria della distruzione creatrice si inserisce nella teoria delle innovazioni, sempre di Schumpeter. Le innovazioni, concentrate in alcuni periodi di tempo, e non distribuite omogeneamente, portano a una forte espansione economica a cui segue una pesante recessione per tornare infine ad un equilibrio che però è mutato rispetto al precedente. Le fasi di trasformazione dovute alle innovazioni sono dette di “distruzione creatrice”, a cause del processo selettivo che l’innovazione comporta tra le aziende.

Advertisements

Le ricette liberiste del centrodestra francese.

ump

Il più grande partito di centrodestra francese, l’UMP (Union pour un mouvement populaire), fu ridotto al bicefalismo dopo che la sconfitta di Nicolas Sarkozy alle presidenziali nel 2012 non ha saputo far sovrastare uno dei due aspiranti successori -Jean-François Copé e François Fillon- sull’altro. Il 18 dicembre, nonostante i travagli dovuti alle diverse correnti interne, è riuscito a porre una sorte di armistizio che prende la forma di un programma economico in stato di necessità. Un punto d’accordo per entrambi i contendenti, “una fiamma” per dirla come Copé, a cui ha partecipato con entusiasmo anche il compagno di partito Fillon.

 

Il documento (http://ump.blog.lemonde.fr/2013/12/19/document-le-projet-economique-de-lump-prone-la-fin-des-35h-et-la-retraite-a-65-ans/) s’intitola “Misure d’urgenza per raddrizzare la Francia” e parte dalla constatazione di tre indicatori catastrofici, ciò che c’è appunto da raddrizzare: il tasso di disoccupazione (10.9%), il deficit commerciale di 67.2 miliardi di euro e infine il prelievo fiscale, pari al 46.5% del Pil, 9 punti percentuali in più di quello tedesco.

 

La principale misura di distacco dal “vecchio” UMP guidato da Nicolas Sarkozy è la proposta di uscire dal regime lavorativo delle 35 ore settimanali. Mentre l’ex presidente aveva fatto della defiscalizzazione delle ore supplementari uno dei suoi slogan, il suo stesso partito -ora all’opposizione- propone radicalmente l’uscita da questo sistema, affidando la gestione degli orari lavorativi e degli extra alla concertazione “entreprise par entreprise”, tra imprese, pubbliche e private che siano, riformando quindi il sistema vigente che stabilisce per legge durata e soglia per lo “scatto” delle ore supplementari.

 

Insomma, un invito a lavorare di più (“Travailler Plus” è proprio il titolo del capitolo) lasciando alle imprese la scelta sul numero di ore imponibili, oggi ancora prerogativa di uno stato evidentemente troppo intrusivo agli occhi dei liberisti francesi. Il documento è invece parecchio schivo riguardo alle determinazioni dei salari, che vengono rinviate alle negoziazioni tra le parti sociali con una menzione -tra parentesi- ad una suddivisione dei profitti della produzione, richiamando il modello tedesco.

 

Per contrastare la  disoccupazione la ricetta proposta dall’UMP è invece una diminuzione dei sussidi a fronte di un implemento nella formazione dei disoccupati adattandoli alle esigenze delle imprese. Detto in parole povere: se sei disoccupato ti togliamo giorno dopo giorno un po’ del tuo sussidio, ma in cambio ti diamo le competenze che le imprese richiedono sul mercato del lavoro. Facile a dirsi ma difficile a farsi, il programma dell’UMP in questo caso non sembra niente male. Peccato che a queste misure si accompagnino un alleggerimento dei controlli fiscali e delle ispezioni sui posti di lavoro delle PME (piccole-medie imprese).

 

Tutte queste misure descritte, accompagnate da un alleggerimento della pressione fiscale, sono mirate secondo il programma economico, ad una diminuzione della spesa pubblica, che verrà riportata al 50% del Pil entro cinque anni partendo dal 56.4% attuale.

 

Un programma simile, tuttavia, creerebbe uno strapotere delle imprese, alle quali, grazie alle liberalizzazioni sopra citate, verrebbero delegate gran parte delle decisioni sul mercato del lavoro. Il tutto quindi stona. Jean Paul Fitoussi, uno dei più influenti economisti francesi, ha recentemente fatto notare come le rivoluzioni conservatrici, basate su deregolamentazione dei mercati e la riduzione del ruolo degli Stati, hanno contribuito ad aumentare le disuguaglianze economiche e sociali, “una delle cause reali maggiori, se non la causa principale, della crisi finanziaria” (Fitoussi, Il teorema del lampione, o come mettere fine alla sofferenza sociale, Einaudi, 2013). Cercare di uscire dalla crisi spingendo nella stessa direzione (deregolamentazione, depotenziamento delle politiche sociali) sembrerebbe un controsenso. Un dettaglio certamente non trascurabile nemmeno nell’affidabile paese della Tour Eiffel, dove oggi il 10% delle famiglie più ricche detiene quasi la metà del patrimonio totale, mentre il 50% meno ricco non ne detiene che il 7%.

Le ragioni

davide-bonazzi


Nell’inverno del 2008, allo scoppio della crisi finanziaria, la regina Elisabetta d’Inghilterra chiese a una sala gremita di professori della London School of Economics come fosse possibile che nessuno avesse previsto questa crisi. L’imbarazzo dei professori nel trovare una risposta di fronte a una domanda tanto semplice nella formulazione quanto complessa nella sua soluzione, portò molti a nutrire numerosi dubbi nei confronti dell’economia cosiddetta “mainstream”, dominante nei syllabus universitari.

Anno accademico 2012-2013. Università di Manchester. Una decina di studenti di economia, in seguito alla conferenza tenuta dalla Bank of England intitolata “Are Economics Graduates Fit for Purpose?”, decide di creare un gruppo con l’obbiettivo di aprire i syllabus universitari anche alle altre visioni economiche distinte da quelle neoclassiche. Il gruppo prenderà il nome di Post-Crash Economics Society. All’interno della Society gli studenti si incontrano per affrontare letture di pensatori “controcorrente” quali Joan Robinson, Piero Sraffa, John Hicks. Allo stesso tempo stilano una petizione che possa veramente incidere sul sistema didattico del loro ateneo.

Presto il nome della Post-Crash Economics Society si espande (in particolare grazie ad un articolo sul Guardian) fino a raggiungere l’Italia, dove viene presentata su Keynesblog.com.

Il 27 dicembre 2013 in Italia nasce la Post-Crash Economics Society a Roma, intraprendendo i suoi primi passi da questo blog.