Monthly Archives: January 2014

L’IS-LM per leggere la crisi: il punto di Francesco Saraceno.

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L’ultima voce del dibattito che abbiamo riportato su questo blog viene proprio dall’Italia. L’economista Francesco Saraceno scrive sul suo blog che effettivamente Krugman ha ragione quando sostiene che i libri di testo siano (quasi) sufficienti a comprendere la crisi odierna e implementare le politiche necessarie a correggerla. Il punto controverso è però cosa intendiamo con “analisi dei libri di testo”.  Krugman fa riferimento ai modelli basati sull’IS-LM. Ma questi sono gradualmente scomparsi dai curricula delle lauree magistrali perché considerati troppo approssimativi.

Lo stesso Saraceno a suo tempo studiò su questi modelli, che insegna tutt’oggi in Italia, servendosene anche per discutere tematiche inerenti alla crisi. Eppure questi erano assenti durante i suoi studi alla Columbia. Nessun elemento macroeconomico appreso negli studi magistrali, per quanto intellettualmente stimolante, gli fornì una visione chiara della crisi. Semplicemente non ce n’era bisogno.

Il modello IS-LM con qualche piccola correzione resta un’importante strumento per capire la situazione attuale. Il fatto è che l’IS-LM non è per nulla un modello mainstream. Quello che preoccupa Saraceno nel post di Paul Krugman, infatti, non è certo la “textbook analysis” di cui parla, ma il suo uso del termine “standard”.

Per capire a cosa si riferisce Saraceno riportiamo una traduzione del testo pubblicato dal premio Nobel sul suo blog:

“La mania per la deregolamentazione finanziaria non è certo venuta fuori dall’analisi economica standard, […] ma fu al contrario un problema di  vigilanza, non di imperfezione teorica”.

In Italia, come effettivamente Saraceno fa notare, il modello IS-LM è ancora insegnato nei corsi di laurea triennale. Una cosa certamente positiva, che però secondo me necessita di qualche modifica didattica. Inserendomi in questo dibattito con la consapevolezza di non avere le competenze tecniche e teoriche per entrare nello specifico degli aggiustamenti adottabili, penso che sia necessario fornire agli studenti fin dalla laurea triennale un approccio più critico nei confronti di un simile modello. Non intendo con questo di stimolare gli studenti a criticare il modello, ma a saper criticare dentro al modello. Personalmente ho avuto la fortuna di incontrare in seguito a un corso di macroeconomia basato sul testo classico di Olivier Blanchard, un libro intitolato Antiblanchard, che esponeva un uso alternativo del modello IS-LM (e AS-AD) con un riguardo particolare al mercato del lavoro (sempre AS-AD). Questi punti di vista, per quanto possano essere criticabili, non mi erano mai stati esposti durante il corso universitario (per motivi di tempo, non certo per una mancata onestà intellettuale del professore). Credo quindi che il modello IS-LM, come l’AS-AD, sia uno strumento utilissimo, non solo per l’economia ma anche per tutte le scienze sociali, ma la sua utilità è certo limitata se di un modello così ampio ne viene insegnata un solo punto di vista.

Nicolò Fraccaroli, LUISS Guido Carli (Roma)

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Krugman: il vero problema dell’economia sono gli economisti.

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Il dibattito sull’economia mainstream continua sul blog “The Conscience of a Liberal” del premio Nobel per l’economia Paul Krugman, che pubblica un post dal titolo “The Trouble With Economics Is Economists”, ovvero: il problema dell’economia sta negli economisti.Krugman, in linea con Wren-Lewis, trova iniquo accusare i libri di testo dello scoppio della crisi o di una insufficiente reazione ad essa in termini contenutistici. La “mania” per la deregolamentazione finanziaria non trova la sua origine nell’analisi economica standard (o mainstream, che dir si voglia). Le misure di deregolamentazione adottate negli ultimi anni infatti andavano contro il modello canonico Diamond-Dybvig, elaborato per prevenire le crisi bancarie.

Tal modello prescrive innanzitutto un ruolo cruciale da parte del governo nel prevenire situazioni di panico che possono portare a pericolose corse agli sportelli. Ad esso si aggiunge una significativa dose di regolamentazione volta al controllo sul rischio morale che i governi possono correre nel sostenere garanzie di questa consistenza.È però vero che sono pochi gli economisti che hanno previsto la genesi del sistema bancario ombra (SBS, Shadow Banking System), che ha scavalcato le barriere tradizionali: ma questo fu un problema di vigilanza, non di insufficienza teorica.

La teoria dei mercati efficienti (EMT) probabilmente si merita più accuse per il fallimento di troppi economisti nel riconoscere l’esistenza di una bolla immobiliare. I libri di testo, tuttavia, hanno sempre presentato la teoria dei mercati efficienti come uno dei tanti punti di riferimento, non come una verità assoluta.

Per quanto riguarda la reazione alla crisi, è necessario sottolineare la determinazione dei policy-makers nel fare completamente l’opposto di quanto viene scritto nei libri di testo. Fare ricorso a misure di austerità come i tagli alle spese quando i tassi di interesse sono pari a zero, trasalire ad ogni innalzamento dei tassi di interesse sono tutte cose che non hanno a che fare con l’applicazione dell’economia ortodossa. La cosa più sorprendente è stata assistere alla proliferazione di nuovi modelli appositamente inventati per giustificare gli interventi completamente opposti a quello che un normale corso di economia insegna fin dal primo anno.

Il problema ovviamente è che tutto ciò non è stato solo il prodotto di un gruppetto di cocciuti che hanno ignorato i principali precetti della scienza economica. Il problema è che troppi economisti prestigiosi hanno voltato le spalle ai principi della macroeconomia, anche quando sembravano funzionare bene, per anteporvi le loro inclinazioni politiche. E questo non può significare altro che c’è qualcosa di sbagliato nella strutturazione professionale degli economisti. Credo che non abbiamo bisogno di teorie economiche diverse, quanto di diversi economisti.

Il dibattito sull’economia mainstream: la posizione di Simon Wren-Lewis

 

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Lo spunto dato da Aditya Chakrabortty con l’articolo di cui abbiamo parlato (https://postcrashitaly.wordpress.com/2013/12/31/magpie-discipline-la-scienza-della-gazza-ladra/) ha acceso un interessante dibattito virtuale tra economisti di alto calibro.

Tutto parte dalla posizione di Simon Wren-Lewis, professore a Oxford, che dal suo blog Mainly Macro non si fa problemi a definire “silly” l’idea  che l’economia mainstream sia per forza collegata a una visione di stampo liberista. Certo, l’economia mainstream è spesso usata per supportare le tesi liberiste, ma nel suo ambito vi sono anche diverse analisi ed idee che potrebbero confutare le stesse.

Wren-Lewis sceglie l’esempio dell’austerità. Il fatto che fosse una ricetta folle per uscire dalla crisi è attestato da ogni libro di testo universitario e questo ce lo dice l’economia mainstream, la stessa praticata oggi dalle banche centrali. Quindi non bisogna ignorare che la più forte ed effettiva critica all’austerità venga proprio dall’economia “ortodossa”.

Importante da considerare è inoltre l’incapacità di previsione, caratteristica comune tra le scienze. Gli economisti e le banche centrali sono comunque costretti a fare previsioni, che i media presentano come assolute, mentre le istituzioni stesse cercano di sottolinearne il carattere puramente probabilistico. Non è vero nemmeno che gli economisti mainstream non sappiano come uscire dalla crisi e cosa riaggiustare perché essa non si ripresenti.

Quello su cui bisogna concentrarsi è quindi come l’economia viene insegnata, con una attenzione particolare a come essa viene percepita e si sviluppa. Gli studenti sono insoddisfatti, come ne è prova la creazione della Post-Crash Economics Society. L’insegnamento necessita quindi di una riforma radicale.

Uno dei problemi maggiori riguarda come gli economisti vedono se stessi. Essi vedono l’economia come una scienza fisica, con una base fondamentale di conoscenza che nei secoli si è accumulata, in maniera simile alle scienze fisiche.

Una visione alternativa e migliore sarebbe quindi dare più enfasi a come l’economia si è sviluppata, facendo giocare un ruolo primario a “Storia dell’economia”. Le teorie economiche potranno essere viste come le risposte a particolari eventi ed esigenze storici. Ad esempio, presentare le teorie keynesiane nel contesto della Grande Depressione risulterebbe decisamente utile. Inoltre è importante comprendere il nesso tra teoria e ideologia: gli economisti infatti si adattano al contesto socio-politico in cui operano. L’onestà intellettuale dovrebbe infine portare gli economisti ad ammettere come spesso l’ideologia influenzi il loro lavoro, nei limiti delle prove scientifiche ed econometriche.

 

 

In memoria di Augusto Graziani

Per ricordare il prof. Augusto Graziani, maggiore esponente in Italia della teoria del circuito monetario, che ci ha lasciati ieri, 5 gennaio 2014, riproponiamo un estratto da un suo articolo del 1985 pubblicato sulla rivista Azimut.

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“Se il settore pubblico viene gestito in pareggio, e cioè la spesa pubblica è coperta con le imposte, il settore pubblico non aggiunge e non toglie una lira di liquidità, si limita a prendere da una parte e a spendere dall’altra; le imprese ottengono liquidità aggiuntiva soltanto dal settore bancario con il conseguente indebitamento. Quando invece c’è un disavanzo nel settore pubblico, finalmente è lo Stato che s’indebita verso la Banca Centrale, con un allargamento della base monetaria, o si indebita verso i risparmiatori, aumentando la velocità di circolazione della moneta.

Ma in entrambi i casi le imprese ottengono flussi di liquidità che per loro non sono un debito, liquidità sulla quale non devono pagare interessi. È stato proprio il disavanzo del settore pubblico che ha riequilibrato i conti del settore industriale verso il settore finanziario.

Si parla molto del disavanzo nel settore pubblico e si osserva che questa offerta continua di titoli sui mercati finanziari, questo rastrellare di continuo liquidità dai risparmiatori per convogliarla verso i titoli pubblici e le casse dello Stato avrebbe spiazzato le imprese italiane dal mercato finanziario. Si osserva inoltre che con un’offerta di titoli pubblici a tassi d’interesse così vantaggiosi, le imprese industriali si sarebbero trovate nell’impossibilità di competere con la conseguenza che se non riuscissero più a finanziarsi sul mercato, sarebbero state spiazzate. Sarà anche vero, ma è irrilevante, perché con l’immissione di liquidità derivante dal disavanzo dello Stato le imprese realizzano profitti tali per cui non hanno più alcun bisogno di ricorrere al mercato finanziario. Saranno state spiazzate dal mercato finanziario, ma sono rimpiazzate sul mercato delle merci, dove realizzano dei profitti tali che consentono un comodo autofinanziamento. Si è parlato giustamente di una crisi fiscale dello Stato. Questo è vero, però come il disavanzo della bilancia commerciale è un disavanzo voluto, così anche il disavanzo nel settore pubblico — non so dire se voluto o non voluto — certamente si armonizza in una manovra politica complessa e nel suo insieme coerente. E di questa crisi fiscale dello Stato, dobbiamo a questo punto dare un giudizio molto più circostanziato e qualificato. Se apriamo il giornale, noi leggiamo che il disavanzo nel settore pubblico è dovuto a un eccesso di spesa, al fatto che ci sia stata un’esplosione della spesa pubblica per sussidi, pensionamenti, cassa integrazione; altre forme di trasferimenti personali e che, quindi, è necessario ridurre la spesa pubblica proprio nel settore dei trasferimenti personali, per riequilibrare le finanze dello Stato. Si è dato troppo al cittadino utente-consumatore e adesso basta: tagliamo sulle scuole, tagliamo sulle università, tagliamo sulla sanità, tagliamo su tutto quello che si può tagliare: sono le spese che vanno tagliate. Vorrei osservare che certamente per il cittadino utente, consumatore, sussidiato, beneficiato, quello che conta è il livello della spesa pubblica. Quando però la spesa pubblica viene gestita in disavanzo, come avviene negli ultimi anni dell’economia italiana, c’è un altro beneficiario al di là del consumatore, pensionato, assistito, e questo è il settore industriale, per le ragioni che dicevo prima. Quindi, il disavanzo del settore pubblico italiano ha svolto la sua funzione, anche e soprattutto, nei confronti del settore industriale. Se parliamo di settori che hanno tratto vantaggi dal livello della spesa pubblica e dal fatto che essa sia stata gestita in disavanzo, dobbiamo ricordarci che il primo ad essere stato avvantaggiato è il settore industriale, ed è per questa ragione che i progetti di riequilibrare il disavanzo, eliminare, ridurre, rientrare, come si dice oggi, dal disavanzo del settore pubblico, sono progetti che riscuotono sicuramente l’approvazione dell’uomo della strada, perché un debito è sempre una cosa negativa, ma in definitiva non fanno grande presa sul settore industriale, che è il più interessato”.