Monthly Archives: February 2014

Neo-classicismo e neo-keynesismo, il dibattito nello specchio di Narciso.

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Ho letto in questi giorni l’ultimo libro di Eugenio Scalfari, L’amore, la sfida, il destino, in cui l’autore a un certo punto declina le diverse accezioni di amore andando da Catullo a Montaigne, da Werther a Foscolo, dall’amore-passione all’amore-amicizia, e così via, fino a darne una sua personale definizione. L’amore, dice, è desiderio. Dell’altro, di un corpo, dell’anima, del potere. L’amore può anche essere verso se stessi, un amore narcisistico che, consapevolmente o meno, ha necessariamente a che fare col potere. Narcisismo è potere, dunque. Un potere oggi espresso soprattutto dal paradigma economico vincente.

 

Noah Smith, nel suo blog[1] riprende un dibattito, quello tra neo-classici e neo-keynesiani, cominciato negli anni Settanta e giunto fino a noi in varie declinazioni e attraverso la voce di diversi economisti. Non ho gli strumenti adatti per addentrarmi in profondità in tale discussione o addirittura per pendere dalla parte dell’uno o dell’altro partecipante. Non mi soffermerò, dunque, sulle critiche rivolte da Robert Barro nei confronti dei neo-keynesiani di cui tratta l’articolo di Smith, o su chi siano i “buoni” e i “cattivi” di cui parla; né è, d’altronde, mia intenzione fare un’analisi economica di questa divergenza paradigmatica. A tal fine, ripasserò solo brevemente alcuni punti storici e teorici del dibattito, per poi giungere a una mia personale conclusione, di natura non già economica per se, ma più attinente a problemi pratici e gnoseologici.

Paul Krugman[2] aiuta a descrivere questa diatriba “vecchia di un quarto di secolo” riaperta da Smith. Una divergenza dovuta alle politiche monetarie, e non fiscali. Il problema centrale era capire se le azioni delle banche centrali fossero in grado di creare e guidare delle fluttuazioni economiche, o se tali fluttuazioni fossero dei veri e propri shock. All’origine di questa diatriba c’è il passaggio dal keynesismo al modello DSGE (Dynamic Stochastic General Equilibrium), che tenta di spiegare fenomeni macroeconomici sulla base di principi microeconomici, attenendosi, dunque, a delle aspettative razionali degli attori economici. Da qui partono i problemi. Due gruppi eredi del keynesismo si fanno – o tentano di farsi – portabandiera di questo modello DSGE: i neo-classici, sostenitori del Real Business Cycle (RBC) e i neo-keynesiani, guidati da Stiglitz, i quali vedono nel loro modello lo strumento più adatto per attuare le politiche economiche sia a livello nazionale, sia a livello sovranazionale.

Molto brevemente, si può dire che il modello RBC crede che l’economia sia guidata dalla produttività, cioè da quegli shock finanziari dovuti a cambiamenti nell’offerta (e non nella domanda come sarebbe solitamente per gli shock). Per i neo-keynesiani, invece, è la vischiosità dei prezzi e dei salari che fa muovere il ciclo finanziario, in quanto questi non si adeguerebbero immediatamente ai cambiamenti delle condizioni economiche, e ciò renderebbe l’intervento politico preferibile ai meccanismi autonomi di mercato.

Ho detto che non mi sarei soffermato sugli aspetti più tecnici o su un giudizio riguardo a chi siano i “buoni” e i “cattivi” della storia, ma mi si permetta di fare uno strappo che ricollegherò alla mia conclusione. Smith scrive che secondo Barro i teorici del RBC siano i “buoni” per tre ordini di ragioni: perché il loro modello è [più] attraente; che i loro motivi per migliorare il modello sono migliori degli altri; e perché sono responsabili di più miglioramenti metodologici dei neo-keynesiani. Ma difficilmente questi sono motivi giusti per ritenere un modello valido. Proprio per questa ragione Lawrence Summers critica[3] gli appunti di Ed Prescott sul RBC in un saggio – piuttosto tecnico – di circa quattro pagine, ma che può essere riassunto in questa frase, presente all’interno dell’articolo stesso: “Molte teorie possono replicare approssimativamente un qualsiasi insieme di fatti che sia dato; che una teoria sia in grado di fare ciò non significa però che essa sia corretta e nemmeno che si avvicini all’esserlo.” Karl Popper aveva messo in guardia dalle cosiddette falsificazioni metodologiche attraverso le ipotesi ad hoc, ossia “strappi alla regola” per giustificare fallacie teoriche. Le ipotesi ad hoc non sono uno strumento nuovo (risalgono facilmente a cinquecento, seicento anni fa) e nelle scienze sociali sono state usate soprattutto dai neomarxisti per giustificare la solidità delle tesi marxiane in un mondo post-industriale. Anche Prescott e i teorici del RBC sembrano servirsene per ottenere la supremazia sugli odiati colleghi neo-keynesiani.

Ciò non significa, però, che questa sia una mia difesa nei confronti dei neo-keynesiani. Anzi, anche loro sono spesso colpevoli di agire secondo una logica del post hoc, ergo propter hoc, partendo dunque dalle conseguenze per spiegare le cause, creando una serie di relazioni che sostengano le loro ipotesi solo e semplicemente perché “così è già accaduto.” Hayek e la scuola austriaca erano maestri nello smascherare questo vizio keynesiano, che rimandava a una necessità contingente (e non già intrinseca), creata cioè per dar prova dei propri modelli e delle proprie teorie.

Sarebbe tuttavia errato credere anche che tutti gli economisti siano in malafede e optino per le ipotesi ad hoc. C’è in tutto questo certamente un elemento politico, che si manifesta nell’ideologia. Gaber cantava dell’ideologia come “passione e ossessione della diversità”, ma soprattutto come “il continuare ad affermare un pensiero e il suo perché”, ed è proprio in questa seconda frase che giace il motivo della perpetuazione delle teorie keynesiane attraverso uno scisma che meglio rappresentasse le diverse ideologie, non dissimilmente da quanto accade alle scissioni all’interno dei partiti, che si dividono in partiti minori per meglio rappresentare gli interessi non solo degli elettori, ma anche degli eletti. A tal proposito, in scienza politica Maurice Duverger parlava di evoluzione lineare dei partiti e dei sistemi partitici, ma un parallelo con la scissione avvenuta negli anni Settanta sarebbe del tutto improprio. Neo-classicismo e neo-keynesismo, nelle parole di Thomas Kuhn, filosofo della scienza, possono essere visti come diversi paradigmi che forniscono differenti chiavi interpretative della realtà e che sono incommensurabili tra di loro. Sono incommensurabili proprio perché non rifiutano tout court il keynesismo, ma anzi lo usano come base delle loro rispettive teorie economiche. Non c’è un’evoluzione lineare, ma non c’è neanche una rottura completa poiché hanno preso a cuore l’insegnamento di Joseph Schumpeter, secondo il quale “lo studio degli economisti del passato fornisce vantaggi pedagogici, nuove idee e cognizioni sui procedimenti della natura umana.”  Dare un senso al passato per capire il futuro: nessuna teoria, economica, politica o scientifica, nasce completa. Keynes si basava sugli insegnamenti di Malthus, Stuart Mill sull’utilitarismo di Bentham, Hayek sulle teorie di Böhm-Bewerk e Mises, e tutti questi (o quasi) ebbero come punto di incontro obbligato Karl Marx.

Nel 1994, Robert Lucas criticò un pezzo dell’Economist scritto da Gregory Mankiw poiché credeva che nulla aggiungesse alla discussione e allo sviluppo delle teorie economiche. Dodici anni dopo, lo stesso Mankiw scrisse un altro paper[4] che concludeva così: “La ricerca neo-classica e neo-keynesiana ha avuto un minimo impatto per i macroeconomisti pratici che hanno il compito di stilare e portare a termine le vere politiche monetarie e fiscali. […] Eppure da una prospettiva astratta della scienza macroeconomica, tutto questo lavoro può essere visto più positivamente. Gli economisti neo-classici hanno dimostrato i limiti dei modelli macroeconometrici keynesiani e le raccomandazioni di politica economica basate su tali modelli. Gli economisti neo-keynesiani [hanno dimostrato] quale tipo di imperfezioni del mercato sono necessarie per dare un senso alle fluttuazioni di breve periodo.” Si rivede in questa conclusione l’insegnamento di Schumpter, secondo cui ci basiamo e impariamo dal passato per migliorarlo.

Ma soprattutto si rivede in questa conclusione il narcisismo intrinseco al dibattito stesso. Mankiw, infatti, parla della scarsa utilità pratica dei due filoni di ricerca per i veri attori delle politiche economiche, i policy-makers e chi sta dietro di loro. È questo, un narcisismo volto al potere e alla supremazia, parola che non a caso ho evidenziato parlando delle motivazioni di Robert Barro riguardo ai vantaggi del modello RBC. La loro lotta non sembra avere un risvolto esterno, ma anzi ora più che mai è reclusa e basata su toccate e fughe. Già Smith evidenziava nel post citato all’inizio come gli economisti oggi usino i blog più per dibattere tra di loro che diffondere idee o soffermarsi per riflettere sulla situazione attuale. Una serie di risposte, scuse, attacchi anche gratuiti, al punto che lo specchio in cui guarda l’economista si intorbidisce così tanto che lo sfondo non mostra più gli oggetti che gli stanno dietro, le pareti, le case, il paese, la realtà, ma solo libri, formule, modelli, e altri economisti.

Negli anni Ottanta in Italia cresceva la disaffezione degli elettori verso la classe politica. Credevano che una volta eletti, i politici formassero un circolo a sé stante, completamente scollegato dal Paese reale, dai suoi bisogni e dalle sue richieste; una casta, la chiameremmo oggi. La casta degli economisti non è forse troppo differente. Troppo presi dall’amore di sé e dei propri modelli, un amore ormai violento da cui bisognerebbe fuggire, gli economisti e il mondo reale si disaffezionano a vicenda. L’uno, il mondo reale, perché incapace di comprendere questa diatriba che poco o nulla apporta in termini di praticità, accecato da beceri populismi e slogan fin troppo semplicistici. Gli altri, gli economisti, o meglio i macroeconomisti, incapaci o maldisposti a pulire lo specchio in cui si ammirano, accecati da ideologie e dall’amore quale desiderio. Del potere.

Marco Schito

LUISS Guido Carli, Roma

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Sardex, the islander currency.

bandiera sard

Leggi questo articolo in italiano.

Sardex is a new way of thinking economics. It demonstrates how it is possible to combine commercial and social interests together and refuse the craziness of capitalism, which led Sardinia to a financial and human misery. We rarely talk about confidence, solidarity and networking in economics discussions. Furthermore, Sardinia is a region where starting an innovative business is not that easy: Sardinia’s enterprises produce on the island just the wealth necessary for their own territory. But the story of four young under-30-years old make us believe that a new way of thinking economics is actually possible, even during a financial crisis. Carlo Mancosu, charged for Sardex’s relations with the press, told us his story. After graduation, he came back with three of his friends to Serramanna, a village of Sardinia, where he was born, and created Sardex.net in 2009. Two years later, 700 enterprises were part of it, and 23 people were employed to manage the 4-million-turnover of Sardex. Mancosu explained that they were “worried about the impact of assets’ liberalization and the enlargement to a competitive global market. We are also against the idea that money generates money. Money is just a useful means for trading goods”. However, what is Sardex? Sardex is a virtual currency, complementary to euro, which permits to trade goods and services within the group of enterprises which are members of the network. Before its enrollment every enterprise declare its services and goods that are available to be traded with Sardex. Then, they get credit according to a rating based system. This credit is based on confidence, and it is properly a free liquidity injection. It is possible to find similar currencies in other European countries such as Switzerland (Wir). The German Wara was another example of complementary currency which was used in the 30s. Regarding the Sardex, at the end of every year, when balance sheet are completed the enterprises pay in euros (conventionally one Sardex is equal to one euro) the liabilities that they were not able to cover. In this way enterprises are likely to put money in the network instead of keeping it as reserve. In fact, the system is based on the growing trend of transactions and not on the growing liquidity.

Sardexnomics. L’economia sarda e la moneta dei quattro mori.

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Alla vigilia delle elezioni regionali in Sardegna (16 febbraio 2014) una riflessione su un fenomeno sviluppatosi in una delle regioni che più ha sofferto la crisi economica e che ha cercato di rialzarsi con le proprie forze: il Sardex, la valuta virtuale sarda creata da quattro ragazzi. 

Sardex è un nuovo modo di concepire l’economia, è la dimostrazione che si può tornare a coniugare i rapporti commerciali con quelli sociali, rifiutando le follie del capitalismo sfrenato che ci ha condotto questa miseria. Umana, oltreché finanziaria. Parlando di economia siamo abituati ad ascoltare parole come fatturato, profitto, interesse; ma ecco che accanto a queste ne compaiono altre, che difficilmente si leggono nei manuali: fiducia, solidarietà, fare rete. E’ sufficiente raccontare la storia di questi ragazzi, alcuni di loro neppure trentenni, per dimostrare nei fatti e nei numeri che “un’altra via” è possibile e che anche in tempo di crisi e in una regione, la Sardegna, poco avvezza ai cambiamenti e alle novità è pensabile mettere in piedi un’attività imprenditoriale innovativa che produce ricchezza sul territorio e per il territorio. Quattro amici d’infanzia, accomunati da un interesse profondo per l’economia e per le monete complementari oltre che dall’amore per la propria terra, dopo aver terminato gli studi decidono di tornare in Sardegna nel loro piccolo paese di origine: Serramanna. E proprio qui nel 2009 rendono operativo il Circuito Sardex.net. che dopo due anni e mezzo di attività già contava 700 aziende affiliate, ventitré dipendenti dislocati tra sede centrale e sede commerciale e un volume di transazioni che aveva raggiunto i quattro milioni di Sardex. “L’idea nasce nel 2007”- come racconta Carlo Mancosu, responsabile della comunicazione per Sardex, nello stesso sito dell’azienda-. “Tutti noi nutrivamo un profondo interesse per l’economia locale ed eravamo preoccupati per gli impatti causati dalla liberalizzazione dei capitali e dallo spettro della competizione che da locale stava diventando mondiale. Inoltre siamo contrari al denaro che crea denaro, in quanto nel sistema attuale il denaro ricopre un ruolo che non è più quello di mezzo di scambio ma di fine”.

Ma cos’ è Sardex? Sardex è una moneta virtuale, complementare all’euro, che permette di scambiare beni e servizi tra le aziende affiliate al circuito, e funziona come camera di compensazione di debiti e crediti. In Europa esistono già esempi di monete complementari create in tempi di crisi, ed è proprio a queste che si ispirano i ragazzi di Sardex. In Svizzera sono 60 mila le imprese che ancora oggi si scambiano beni e servizi in Wir, mentre in Germania nel 1930 circolavano i Wara.

Come funziona?

Si potrebbe definire Sardex come una moneta che regola lo scambio di beni e servizi tra le imprese sarde affiliate al circuito. Ogni azienda, all’atto di iscrizione, comunica la propria disponibilità annuale per il circuito di beni e servizi per il quale si vuole impegnare. A questo punto in base ad un sistema di rating ( dal volto piuttosto umano ) si assegna loro un credito, quindi la possibilità per l’azienda di andare in rosso e di acquistare, prima di aver venduto, all’interno del circuito. Tale credito viene assegnato sulla base della fiducia ed è una vera e propria iniezione di liquidità aggiuntiva ad interessi zero per aziende che decidono di partecipare al circuito.

Ogni anno i bilanci di ciascuna posizione si chiudono e le aziende ripagano in euro (per convenzione un Sardex vale un euro) le passività che non sono riusciti a ripagare effettuando vendite nel circuito. Le imprese hanno perciò tutto l’interesse nel rimettere il denaro in circolazione nel network, anziché tenerlo fermo come riserva di valore, in quanto il buon funzionamento del sistema è determinato dalla crescita delle transazioni e non dall’incremento della massa monetaria all’interno del circuito.

Mattia Achei
LUISS Guido Carli, Roma