Topolino e le fallacie keynesiane

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Capita che anche Topolino dia lezioni di economia. È successo nel 1992, quando il settimanale pubblicò una storia chiamata Zio Paperone e la valanga dei BOP.

La storia, prima di tutto. Il comune paperopolese (che per semplicità si assume come un’economia chiusa) si trova in una situazione di forte dissesto finanziario. Urgono opere pubbliche, ma le casse comunali, tanto per cambiare, sono vuote. I paperopolesi non spendono i loro soldi, preferendo tenerli nascosti, sotto il materasso, in cassaforte, dietro il ritratto della suocera, in attesa di “tempi migliori”.

A questo punto si rende necessaria una piccola precisazione, in quanto qui non si parla del mercato dei beni classico in cui la scelta è tra moneta e beni. Nel modello keynesiano, le persone sono di fronte a due alternative, detenere moneta o detenere titoli. Quando i paperopolesi decidono di nascondere i propri risparmi, lo fanno perché non hanno incentivi a fare altrimenti. Essi rifiutano il premio di rinuncia alla liquidità dato dal tasso di interesse perché ritenuto troppo basso. L’economia paperopolese si trova in una trappola della liquidità. La domanda di moneta è infinitamente elastica in relazione al tasso di interesse e una qualunque azione di politica monetaria si rivelerebbe inefficiente. Dunque, l’assenza iniziale di un organo di politica monetaria nella storia (i.e. una banca centrale) non ha ripercussioni ai fini dell’analisi. Si potrebbe, inoltre, assumere una condizione che nella storia italiana corrisponderebbe a quella della fine XIX secolo, quando tutte le banche italiane potevano stampare moneta.

L’unica cura per uscire dalla trappola è data dalla politica fiscale, valida, tuttavia, solo a partire da un certo livello di reddito Y. La teoria keynesiana insegna che due sono i modi di aumentare il reddito tramite l’azione fiscale: la diminuzione delle imposte (politica della tassazione) o l’aumento della spesa pubblica (politica della spesa). Eliminando la prima a causa della situazione delle casse comunali, rimane la seconda. Ma anche qui la scarsità di liquidità (o capitale, in questo caso) del comune potrebbe rappresentare un ostacolo a prima vista insormontabile: come finanziare nuove opere pubbliche in assenza di capitale? In realtà il capitale c’è, ed è nelle mani dei cittadini.

Sorge a questo punto il problema chiave: come invitare i cittadini a spendere (ossia, a investire) i propri risparmi? La teoria keynesiana viene prontamente in soccorso, in due delle sue sfaccettature. Da un lato il paradosso del risparmio (risparmiare, seppur una virtù a livello individuale, diventa un vizio a livello nazionale), dall’altro la necessità di un incentivo che spinga i paperopolesi a consumare (ossia, lo ripeto, a investire). La soluzione viene offerta da Paperino, debitore cronico: il comune (lo Stato) deve indebitarsi. Solo indebitandosi riuscirà a finanziare le opere pubbliche di cui tanto ha bisogno.

C’è ancora un però: in un qualsiasi sistema economico nessun servizio è gratis. Anche i sussidi di disoccupazione (della quale l’articolo non tratta, poiché si suppone una situazione – alquanto paradossale – di piena occupazione) hanno un costo, che va sottratto al benessere generale dello Stato. Si ritorna a un sistema pseudo-catallattico del tipo do ut des per cui il comune paperopolese realizzerà le opere pubbliche prendendo a prestito denaro dai cittadini, ripagandoli con un premio: i cosiddetti BOP – Buoni Ordinari Paperopolesi.

Il lettore attento avrà notato una certa somiglianza con l’acronimo BOT- Buoni Ordinari del Tesoro – e di fatto la loro funzione è la stessa, con una piccola differenza. Nel mondo reale il tasso di interesse si aggira intorno al 4 o 5%. A Paperopoli il premio di rinuncia alla liquidità è il doppio di quanto si investe in BOP, cioè il 100%. Così, se un cittadino vorrà “dare” al comune un milione di dollari, ne riceverà due dopo un certo tempo. Questa situazione quasi grottesca, ma indispensabile ai fini umoristici del fumetto, sarebbe del tutto insostenibile in un’economia reale (dove reale sta per mondo reale, non per mercato dei beni).

All’inizio tutto va per il meglio. Le casse comunali si rimpinguano e il sindaco decide subito di costruire un nuovo palazzo municipale. Tra piccoli problemi vandalistici, nuove e imponenti opere vengono realizzate. In realtà, la formula precedentemente citata, do ut des, non è verace: i paperopolesi continuano a investire in BOP, non tanto speranzosi che il comune faccia buon uso dei loro soldi, quanto attratti dal premio finale. Gli investimenti dei cittadini sono a fini puramente speculativi (si assume che i consumi, seppur crescenti, costituiscono una parte minore della spesa – un’assunzione sì paradossale, ma doverosa a causa della mancanza di informazioni a riguardo), mentre il comune si maschera da Stato-imprenditore. È pur vero che questa figura di Stato-imprenditore appartiene alla tradizione socialista; ed è vero anche che Keynes cercava una terza via tra socialismo e capitalismo, rifiutando il primo e tentando di regolarizzare il secondo; ma va va fatto notare come la semplice presenza di un’economia di mercato (i paperopolesi acquistano BOP) rende tale sistema più simile a quello keynesiano che a quello socialista.
I pochi soldi depositati nelle banche (che si potrebbe assumere essere consistenti interamente nei pagamenti versati dai datori di lavoro, in primis il comune) vengono ritirati, in quanto l’incentivo dato dai BOP è di gran lunga superiore al rendimento offerto dalle banche. Per necessità di semplicità analitica, non vengono considerate le riserve obbligatorie.

Prima di analizzare l’irrazionalità di questa logica economica, urgono due considerazioni. La prima è che i consumatori (investitori) non si pongono il problema della provenienza del premio monetario (la banca centrale si suppone assente e le altre banche non hanno nessun interesse a ripagare i cittadini); la seconda è che quando la spesa pubblica sale in media più delle entrate (ed è questo il caso, dato che molte delle attività messe in piedi dal comune paperopolese sono improduttive nel breve periodo), il debito pubblico aumenta progressivamente fino a diventare insostenibile quando il tasso di interesse reale è superiore al tasso di crescita.

Come detto sopra, la seconda considerazione qui esposta corrisponde esattamente a ciò che accade nella storia una volta che la prima ondata di capitale (che, va ricordato, è uno stock, non un flusso) si esaurisce a causa della scadenza dei BOP. Le casse comunali tornano a essere vuote e i lavori si bloccano. La rigidità di bilancio impone ingenti perdite all’amministrazione comunale e, per aggiungere la beffa al danno, anche le banche cominciano a fare concorrenza ai BOP – d’altronde, si sa, è la legge del libero mercato. La soluzione offerta in questo secondo momento di stasi, incredibilmente non cambia: il comune deve fare concorrenza alle banche e offrire nuovi BOP a tassi maggiorati. Si ritorna così alla situazione “felice” descritta in precedenza, e le opere pubbliche riprendono il loro corso.

Le banche paperopolesi, contrariamente a quanto accade nel mondo reale, offrono il lato razionale della storia, decidendo di non rincorrere il comune nella sua folle corsa di deficit spending, incapaci financo di sostenere forti politiche inflazionistiche. Il finale della storia è scontato, e corrisponde in buona parte alla sorte toccata ai PIIGS. Anche la seconda ondata di liquidità si esaurisce e l’assenza di una banca centrale (la storia, dopotutto, si svolge nel brevissimo periodo) non permette di riportare in carreggiata l’economia-mondo che è Paperopoli.

Manca un ultimo tassello prima di arrivare al vero finale della storia (quale storia pubblicata su un giornale per ragazzi può mai avere un finale infelice?), ed è l’analisi degli errori che hanno condotto il comune di Paperopoli al collasso.

Innanzitutto una costante (non economica) pressoché mai presente nelle situazioni fittizie: il buon senso. In qualunque situazione la mancanza di buon senso porterà all’aggravamento della stessa.

Per quanto riguarda le variabili più strettamente economiche, togliendo l’inflazione (ripeto, tutto si svolge nel brevissimo periodo e gli effetti inflazionistici non hanno abbastanza tempo per farsi sentire), rimangono due variabili: capire come l’espansione del credito abbia avuto inizio e perché tale liquidità sia stata confusa con prestiti reali da parte del comune.

Solitamente un ciclo economico espansivo comincia quando le autorità di politica economica (Fed, BCE, ecc.) stabiliscono un tasso di interesse tale da stimolare gli investimenti. Tuttavia, come già accennato, gli investimenti paperopolesi sono speculativi e non produttivi. I cittadini sono attratti dal puro ritorno monetario, non dalla possibilità di avviare attività produttive, lasciate al comune. Paradossalmente, quindi, l’espansione del credito ha inizio con tassi di interesse anormalmente alti.

Il comune, più per mancanza di buon senso che altro, spera che l’economia così drogata possa sussistere anche nel lungo periodo. Naturalmente così non è, né potrebbe mai essere. Ciò lo spinge a confondere i soldi che i cittadini hanno investito nel comune con dei semplici prestiti che dovrebbero far sì che l’economia sia stimolata per aumentare i consumi, quindi il reddito, per infine ritornare a una situazione di equilibrio attraverso una politica fiscale di tassazione restrittiva.

Alla fine, quando le banche, che hanno il potere dell’offerta di moneta in mancanza di un’autorità centrale di politica economica, si rifiutano di correre la stessa corsa del comune, rompono il meccanismo di liquidità. Si ritorna alla situazione del primo collasso, con la differenza che non c’è più possibilità di finanziare nuove opere.

L’happy ending è necessario e il deus ex-machina paperopolese assume le sembianze di un papero in cilindro e palandrana. Paperon de’ Paperoni, il Creso di Paperopoli, si accorda col comune per un bail-out “segreto”. Le somiglianze con il mondo reale sono certamente sconcertanti, ma una piccola differenza c’è. Paperone non impone misure di austerità (né può, non essendo un policy maker), ma anzi spinge i cittadini a prendersi più cura della propria città. Naturalmente, una volta imparata la lezione, i paperopolesi si riscoprono virtuosi, un’esperienza che, seppure auspicabile, è del tutto impensabile nel mondo reale.

È indubbiamente difficile fare un paragone ceteris paribus tra l’economia-mondo paperopolese e l’economia mondiale. Anzi, è inverosimile e inconcludente a livello economico, ma ho ritenuto necessario analizzare questa situazione per evidenziare i problemi che il modello keynesiano non è mai riuscito a risolvere e che ancora oggi perpetua nelle sue cattive conclusioni sulle economie di alcuni paesi.

In un articolo abbastanza recente, Paul Krugman parlava di come molti economisti, anche prestigiosi, antepongano le proprie inclinazioni politiche ai princìpi della macroeconomia, anche quando questi, a sua detta, sembrano funzionare bene. Già allora pensavo, e continuo a pensarlo ancora oggi, che non è un problema di economisti voltagabbana quanto della necessità di nuovi sistemi di pensiero economici. Lo sviluppo delle teorie economiche deve essere stimolato dalla diversità, senza intestardirsi troppo a risolvere nuovi problemi modificano vecchi schemi.

Marco Schito

LUISS Guido Carli, Roma

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