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The Generational Gap Tax: a paper by prof. Luciano Monti

DOWNLOAD: “Reinforcing Sustainability through the Generation Gap Tax” by Luciano Monti

We are used to link the policies addressed to young people together with education issues and policies. On the other hand, we are used to connect the value of redistribution with problems such as poverty, Third World and retirement funds, which are still very critical issues today.

However, the originality of the brief paper (6 pages)  we have uploaded on this page lies in the strong bond between these two matters: intergenerational gap and fiscal redistribution.

Prof. Luciano Monti (LUISS University) explains in a very concrete and impartial analysis that the welfare systems in Europe are not sustainable anymore, as they are creating a non-indifferent intergenerational gap. From this dilemma rises his proposal of a Generational Gap Tax (GGT) in Europe, based on three principles: 1) accompanying to adjustment, 2) support to the mitigation of the impact of the ecological footprint and 3) intergenerational distribution. The GGT is based on a progressive withdrawal, depending not only on the pension system contribution, but also on the year of entry into the pensioning period.

I really suggest to read this short but very helpful paper, and I thank professor Luciano Monti for forwarding it to Rethinking Economics Italia.

Nicolò Fraccaroli, Rethinking Economics

LUISS Guido Carli, Rome

Il caso del paternalismo libertario e del sushi sudafricano

Nel libro Nudge! La spinta gentile Richard H. Thaler (School of Business, Chicago University) e Cass R. Sunstein (Harvard Law School) sostengono l’idea di paternalismo libertario. Questo concetto prevede la salvaguardia della libertà degli individui di fare come credono, di “essere liberi di scegliere” parafrasando Milton Friedman, ma con l’aiuto dei cosiddetti architetti delle scelte, ovvero di coloro che sono in grado di influenzare le scelte degli individui. Il concetto di paternalismo libertario prevede quindi l’influenza degli architetti delle scelte mirata però non al loro profitto, ma a favore del miglioramento delle vite degli individui. Thaler e Sunstein si considerano paternalisti in quanto ritengono lecito “influenzare i comportamenti degli individui al fine di rendere le loro vite più lunghe, sane e migliori”.

Gli autori partono dall’individuazione dei difetti degli esseri umani, che si distinguono dagli Econi (homo oeconomicus), sono la razionalità limitata, l’incapacità di autocontrollo di fronte alla tentazione, e le influenze sociali, spesso irrealistiche.In questo brano intendo riprendere la teoria dei pungoli contenuti in Nudge! per fornirne un esempio tratto da una mia esperienza reale che trovo originale e divertente, e quindi d’aiuto per comprendere la natura del paternalismo libertario. Ho chiamato questo esempio, con un po’ di ironia, il sistema del sushi sudafricano.

IL SISTEMA DEL SUSHI SUDAFRICANO.

Mi trovavo con la mia famiglia in vacanza sulle coste del Sudafrica quando decidemmo di andare a mangiare del sushi in un ristorante che si affacciava sul mare. Questa introduzione può far apparire il contesto di un certo lusso, ma in realtà il Sudafrica è un paese relativamente economico, e la località in cui ci trovavamo non era tra le più rinomate. Il ristorante di sushi invece aveva un bell’aspetto. Era molto elegante e ben curato, anche se con pochi clienti vista la stagione (era luglio quindi in Sudafrica pieno inverno!).

Al centro del salone c’era un grande bancone ovale presso cui i clienti potevano sedersi. Il bancone aveva un buco in mezzo, dove al suo interno si destreggiavano due giapponesi che tra riso, alghe e salmoni, preparavano il sushi sotto gli occhi ammirati dei clienti. I cuochi, dopo aver preparato il sushi, lo mettevano in dei piattini di plastica colorati che poi appoggiavano su un tapis roulant che percorreva il bancone facendo girare il sushi sotto i nasi di tutti i clienti. A questi spettava la scelta di prenderselo o lasciarlo girare finché non se lo fosse preso qualcun altro.

Ci sedemmo tutti lì e osservammo il cartellone affianco ai due cuochi di sushi.

Il cartellone rappresentava un menu completamente originale: non erano elencate le diverse pietanze, ma i colori dei piattini su cui esse giravano con i rispettivi prezzi. Ecco un esemplificazione del menu:

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Ad ogni piattino quindi corrispondeva un prezzo diverso, e in ognuno di essi gli chef mettevano una certa gamma di sushi. Un sushi probabilmente più povero veniva posto sul piattino azzurro, mentre un sushi più prelibato andava sul piattino nero o giallo. Alla fine del pasto il cliente, che aveva accumulato i piattini sulla sua porzione di bancone, faceva contare i piattini al cameriere che gli portava il conto basandosi sul calcolo dei colori.

In genere nel piattino azzurro, il più economico, giravano per lo più verdure o contorni, quelli che forse noi occidentali considereremmo antipasti. Il piatto rosso aveva una buona gamma di sushi di diversi tipi, e così anche il piatto nero. Il piatto giallo non sorprendeva solo per quanto riguarda la prelibatezza del pesce, ma spesso anche dal punto di vista visivo le pietanze sembravano più studiate e raffinate. Sul piattino giallo inoltre giravano anche due o tre tipi di dolci giapponesi, un dessert per così dire!

LA LIBERTÀ APPARENTE.

Questo assetto, per tornare a Nudge!, ci fa pensare ad una situazione di libertà. Noi siamo completamente liberi di operare le nostre scelte, come ci pare e piace. I piattini ci passano davanti, conosciamo il prezzo di quel cibo e se ci pare possiamo prenderlo. Se non ci piace, la volta dopo non prenderemo più quel tipo di sushi, mentre se ci è piaciuto avremo occasione di ri-gustarcelo.

La nostra libertà trova un limite nei prezzi, ma questo è un limite che non possiamo scavalcare poiché la differenza di prezzo tra le pietanze deriva dalla maggiore accuratezza nella preparazione e/o soprattutto dalla maggiore prelibatezza del sushi (che può essere poi ricondotta al principio economico di scarsità delle risorse). Inoltre, se noi disponiamo di un budget limitato, facendo un semplice e veloce calcolo, possiamo elaborare le diverse combinazioni di cui possiamo disporre e scegliere tra esse, poiché il prezzo dei diversi piattini è esposto. Questa libertà non sarebbe invece garantita da un menu con un prezzo fisso (tot portate di sushi a 10 euro) come accade in diversi ristoranti giapponesi che propongono diverse gamme di menu precostituiti.

Insomma, tutto nel modello del sushi sudafricano sembra porsi a favore della nostra libertà di scelta. Ma non è così.

LA DISTORSIONE DELLA LIBERTÀ E L’ARCHITETTURA DELLE SCELTE.

Per dimostrare come il sistema del sushi sudafricano manchi di effettiva libertà partirò proprio dalla fine della cena. Ormai era più di un’ora che eravamo seduti al bancone a divertirci nell’acchiappare i piattini di sushi che più ci piacevano, e cominciavamo, uno dopo l’altro, a dichiararci sazi. Ormai, a parte un paio di coppie, eravamo rimasti solo noi, e nel corso della serata non c’erano stati altri clienti.

Avevamo appena finito di contarci a vicenda i piattini, quando tornò uno dei due chef che si era assentato per qualche minuto. Con sé portava un vassoio con una serie di piattini gialli completamente diversi dai precedenti: contenevano calamari fritti. E qui cominciò il dilemma.

I calamari erano qualcosa che nessuno di noi aveva ancora provato (essendo in cinque e tutti in famiglia, non avevamo problemi a prendere piatti diversi e condividerli per poter assaggiare tutti i tipi di sushi che giravano) e ci dividemmo tra chi era sazio e quindi riteneva fosse meglio finire lì la cena, e chi insisteva nel prendere almeno due piattini e dividerli tra noi cinque, tanto per provare, visto che non avremmo avuto altre occasioni!

Alla fine, ovviamente, vinsero i secondi, probabilmente proprio per quella che i due autori chiamano influenza sociale (facendo tra l’altro proprio un esempio su come chi è circondato da conoscenti obesi è più a rischio di obesità rispetto a chi non ne ha, per estremizzare).

Ma il vero punto di snodo della questione, che ci fa sembrare il sistema sushi molto meno libertario di quanto sembri, è che i due chef erano architetti delle scelte. Due architetti che però, logicamente, guardavano al profitto del loro ristorante più che alla buona salute di un gruppetto di turisti europei!

Non era forse una distorsione delle nostre scelte presentare i calamari proprio quando ormai sapevano che non avremmo più preso nessun altro piatto? La mia non è una teoria del complotto, anche perché è più probabile che si siano concentrati su di noi più che sulle altre due coppie, che costituivamo almeno l’80% della clientela di quella sera in termini di consumazioni.

Se i calamari fossero stati presentati nel bel mezzo della cena, li avremmo presi ugualmente, ma più tardi con molta probabilità avremmo rinunciato ad altri tipi di sushi che giravano attorno alla tavola. Il sushi ormai lo conoscevamo bene, ne avevamo mangiato fino a quel momento!

Quindi un sistema che oltre che originale, appariva completamente libertario, in realtà non era altro che frutto dell’architettonica progettazione di poche persone per aumentare il loro profitto, facendo leva sulla tentazione, sempre pronta a minare l’autocontrollo dei clienti. Proprio ciò che sembrava il massimo simbolo di libertà di scelta, cioè quel tapis roulant da cui si poteva attingere a seconda del proprio gusto, ora era emblema di tentazione. Tentazione che, come sappiamo, mina molto la nostra libertà effettiva.

Ho già parlato della potenza delle influenze sociali, mentre il problema che non ho ancora citato, quello della razionalità limitata, non è da escludersi.

Innanzitutto è necessario considerare l’incapacità di effettuare calcoli proprio perché è impossibile formare aspettative corrette. Non nascondo che qualche cliente abbia fatto richiesta specifica ai due cuochi di qualche sushi che aveva gradito particolarmente, però tali richieste, che venivano accontentate, erano sparute. Inoltre esse potevano in realtà essere d’aiuto ai due cuochi, perché non affrontavano il rischio possibile che la pietanza preparata girasse a vuoto senza mai essere presa. Probabilmente esiste un’infinità di problemi psicologici che si porrebbero di fronte a queste scelte minando la nostra libertà e che non ho citato. Ad esempio, ho avuto l’impressione che quando uno stesso piatto che non mi aveva tentato al primo giro mi ripassava davanti due o tre volte, iniziava a venirmi voglia di provarlo. Il punto che in realtà bisogna considerare riguardo alla razionalità limitata è che dal punto di vista economico sembra impossibile calcolare le diverse aspettative sui piatti che ci passeranno davanti poiché non conosciamo la strategia degli chef e il nostro calcolo si limita solo sui piattini “sommersi”, cioè che abbiamo già scelto. Se già troviamo difficoltà dal punto di vista economico basti pensare che alla fredda matematica dobbiamo affiancare anche il problema della varietà di sapori che possono stimolare le nostre papille gustative . Elaborare aspettative anche su questo aspetto ci apre davanti un universo ancora più immenso e forse inesplorabile.

LA SOLUZIONE PATERNALISTA-LIBERTARIA.

Il mio ragionamento conseguente, in conclusione, riguarda proprio come potrebbe attuarsi una strategia di paternalismo libertario sul sistema sushi sudafricano.

Affianco al sistema liberatorio del sushi sudafricano avevo citato quello dei menu precostituiti, molto frequenti nei ristoranti di sushi in Italia. I menu precostituiti rappresentano un’opzione di default, che si pone come soluzione ideale per i neofiti di questo cibo come possono essere gli italiani. Siamo un popolo molto attaccato alla propria tradizione culinaria secolare, quindi è già difficile che ci inoltriamo ad esplorare un orizzonte lontano come quello giapponese. Una volta che qualcuno di noi lo fa, come minimo dev’essere guidato. E questo compito è svolto alla perfezione dai menu precostituiti.

Quello che accade, però, è che nella gran parte dei casi questi menu sono privi di indicazioni utili, ovvero portano nomi che non dicono niente, come “Menu A e Menu B”, o “Menu da 10 euro e menu da 15 euro”. Questa spersonalizzazione rende le ipotesi di default una giungla in cui il consumatore si addentra a casaccio, privo di una bussola che lo aiuti ad orientarsi.

Se vogliamo trasporre gli insegnamenti di Thaler e Sunstein in questo gioco mentale dovremmo pensare a una soluzione diversa. Nel libro spesso i due autori propongono un’opzione di default che possa compiacere il cliente standard. Ma il cliente, se si trovasse fin da subito di fronte a questa soluzione, la sceglierebbe nella maggior parte dei casi. Prima quindi è necessario porlo di fronte alla varianti, per farlo entrare nell’idea che la sua prima scelta riguarda quali varianti preferisce, mentre la seconda sarà eventualmente se preferisce avere delle varianti o meno (e quindi se scegliere il menu personalizzato o il menu di default).

Per gli inesperti quindi le varianti dovrebbero contenere riferimenti diretti alle esigenze che loro conoscono. Ad esempio il classico “Menu Baby” per i più piccoli. Chiamare un menu “Menu da 10 euro” porterebbe il cliente ad anteporre la scelta economica a quella gastronomica, deviando la vera ragione per  cui si trova lì. Chiamare il menu “Menu 1” renderebbe possibile una vera scelta solo per gli esperti del settore.

Sarebbe interessante e divertente la creazione di un menu basato su una “scala Richter” dei brontolii del proprio stomaco: “quanta fame hai da 1 a 10?”. 5 punti di scala Richter, menu 5. Forse però questa scelta non sarebbe molto gradita dai giapponesi puristi che ritengono il sushi un’arte fatta per essere gustata e non tanto per sfamare.

Insomma, le soluzioni possono essere molte e creative, ma basate sul modello dei menu personalizzati ma precostituiti e che prevedano una soluzione di default che disponga della più variegata gamma di sushi al suo interno per i neofiti indecisi, in modo da renderli più consci delle proprie preferenze la volta dopo.

Nicolò Fraccaroli

LUISS Guido Carli

Il futuro che possiamo riprenderci.

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Ripubblico qui la prima parte di un post del prof. Luciano Monti che potete trovare sul suo blog a questo link.

“Sono i giovani che non si arrendono al silenzio dei loro coetanei, che non si adagiano sulla rete di protezione dei loro genitori, ma non si accontentano neppure di vivere aggrappati alla rete di internet; sono i giovani che hanno il coraggio di dire che non ci stanno a subire i diritti e le tutele costruiti per proteggere coloro che hanno goduto del passato e godono il presente.

Sono i nuovi futuristi, che vogliono sapere, che vogliono capire e sperano un giorno di poter volare, partendo da PIIGS Can Fly, un programma di RADIO LUISS”.

Con questo io rinnovo l’invito a leggere l’ultimo libro del prof. Monti “Ladri di futuro. La rivoluzione dei giovani contro i modelli economici ingiusti” di cui potete sfogliare la prefazione cliccando qui.

Nicolò Fraccaroli

LUISS Guido Carli, Roma

PIIGS Can Fly, Episode #2. Host: Davide Vittori

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PIIGS Can Fly comes back on air for its second show, after the interview with Keynesblog.com cofounder Guido Iodice – an accurate report is available here.

This time our guest is Davide Vittori (1987-), blogger for Pagina99, a fairly recent national newspaper, and – probably most surprising given his extremely young age – president of the Rimini section of the Gramsci Institute. His current fields of research are European Political Economy and the international role of the European Union. On this blog you can find a sample of Davide’s work, a publication on the Eastern Journal of European Studies, titled “A Political Crisis in an Economic Tempest”.

In his essay, Vittori openly states that as a result of particular political choices, the European market is based on neoliberal values. So, asks Nicolò, what kind of values?
According to Vittori, it is fundamental to remember that the EU, ever since Maastricht, has been going through a degeneration, unexpected to some extent. Macroeconomics phenomena had been depoliticized for a long time, but it was the raging insurgence of the crisis that turned such phenomena into political issues, resulting in the wave of protests we all have been witnessed in these past few years.

Neoliberal values, he says, are firmly based on a key assumption: the centrality of macroeconomic data, a clear example of which are the Maastricht parameters. These values translated in shocking policies for Europe, taking the continent to the brink of collapse.

The emergence of the troika is but a consequence of an unresolved conflict between macroeconomic policy, which is largely devolved to the EU, and the almost exclusive power member States have over welfare policy.

Now we may ask ourselves: “What kind of policies are we talking about, in particular?”.

First and foremost, Vittori says, the deficit/GDP 3% ratio, a limit that seems to actually be worth just for the weakest members. Secondly, the “golden rule”, term he uses to refer to the various balanced budget amendments introduced in many constitutions – such as the Italian one – as a necessary condition to be a part of the European Stability Mechanism.

In the general trend labour reforms all around the EU stress mainly flexibility for the “exit” side of the market, and very few on the “inclusive” side. That is, policies which make easier to fire, but not directly to hire workers.

Taking a look to Italy in particular, there is a sort of “unanimism” towards large privatization plans of public services, regardless of the consequences on the weakest members of our society.

Summing up, Vittori believes that the values sketched here resulted in dramatic effects all around Europe. Nevertheless, EU technocrats like Commissioner Olli Rehn seem to be far more concerned with the public debt than the extremely poor economic performances, or the record-high unemployment.

As Guido Iodice did last week, Vittori points out the example of Britain after the Great Depression in early 1930s, which pursued successfully expansive policies even if its public debt overcame by far the 100% debt/GDP ratio. Likewise, he also thinks that “expansive austerity”, highly fashionable in the past few years, has no real basis; the main point is to boost aggregate demand again.

Nicolò then turns to a more “political” reasoning: he wonders how austerity began to be perceived as “automatic”, like a standard emergency procedure, pushing aside much of the regular political debate in most troubled member states.

Vittori says that after the Maastricht Treaty it was commonplace that the “European economy is too important to be left to short-sighted politicians”. An over-the-top trust in economic “laws” – term he rejects – led policy makers to neglect any “emergency” mechanism in case of major threats to the architecture of the Union. For instance, a regular withdrawal procedure was only introduced in 2009, while withdrawing from the monetary union without leaving the EU itself is still not possible.

Mattia notes how throughout his paper, it is highlighted that the current constitutional architecture of the EU lacks coordination between economic and fiscal policies. So, he asks, what are the consequences?

Vittori answers that, even if supranational institutions strive to extend their powers in fiscal matters, member States want to keep fiscal policies into their own hands for nothing short of a democratic issue.

Therefore, monetary and fiscal policies are separated as a result of a compromise: a single market is established, but national sovereignty is still relevant. According to Vittori, it is clear that such a framework features inherent and unavoidable imbalances, and that EU monetary policies, while effective for a few states, are in fact ineffective for many others.

Against the the widespread rhetoric about the PIIGS, Davide recalls that Italy has been achieving for the past 20 years a structural primary budget surplus. That is, yearly revenues exceed expenses if interest expenses – which are very significant – are not included. Meanwhile, many other relevant countries in the Union, such as France, have a structural budget deficit.

Nicolò goes on to present a key point of some “fringes” that oppose expansive policies for the Euro Zone. According to them, abundant liquidity injections would have a counter-effect in devaluing the euro against the dollar. The status of “reserve currency” the euro recently acquired would be damaged, with a significant advantage for the American competitors.

Vittori is not convinced by this objection: “We must think about our business first”. Negative consequences on the dollar/euro exchange rate are way less important than skyrocketing unemployment and the disruption of social bases of the European society itself.

Let us now turn to something apparently very different: Davide’s other field interest, organized crime.

Coming from Rimini, Italian East Coast, Vittori lives very close to the small independent Republic of San Marino, which is perceived by most people living around as nothing less than a tax haven. An enormous amount of organized crime capitals was “laundered” in San Marino banks, at least until Italian authorities managed to force the small country to withdraw banking secrecy rules.

Even if the government took some important steps forward, at least against San Marino, Italy still lacks a legislation against “autoriciclaggio” (roughly translatable as “self money-laundering”).

Money laundering is still an economy, of a different kind; that’s why it is important to study it”, he holds.

The EU market unification has been an enormous opportunity of expansion for Italian organized crime. Nowadays, its activities are heavily present all around the Union, notably in big seaports such as Hamburg, Rotterdam, and Marseille; an active Sicilian Mafia “cell” was discovered even in far Lithuania.

Mattia extends the argument to an eternal plague of Italian politics: corruption.

Vittori says that unfortunately, even since 1800s, Italy is used to political incoherence and this prevented a “moral bond” between citizens and politicians from rooting; a misbehavior widespread among civil servants as well.

However, he thinks it is dangerous, as it often happens in Italy, to equate politics and corruption, because it harms the legitimacy of all democratic institutions.

Nicolò then moves on to a hot topic in European policy-making: lobbying. Can its regulation be effective to counteract corruption?

Vittori has a strong preference for public-funded politics, which he sees as the best remedy against the spread of corruption. He is highly skeptical of the American lobby-funded system, even going as far as calling it “legalized corruption”: politicians are at risk of being “blackmailed” by their wealthy supporters with a remarkably undemocratic result. According to him, the recent – and successful – campaign against public funding for parties in Italy has been a case of “throwing away the baby with the bathwater”.

We come to the end of our conversation trying to throw in a spark of light. Are EU elections, Nicolò asks, an opportunity to reignite a real debate about the economic policies of the Union?

Vittori agrees: a polarized electoral campaign – even if a shallow one – can be very useful. Campaigning on truly European issues can be a great starting point for European parties to discuss ways to overcome the faux-technique bases of austerity and to put politics in the first place again.

So, if a revolution is coming, can students be the first revolutionaries? Guido Iodice thinks they can and, in fact, already are. Vittori, instead, affirms that his philosophy is more similar to a “know your enemy” one. Leaving classrooms, as Iodice advised, does not appear to him a productive choice.

Davide concludes: European integration had a very desirable consequence, because it dismantled the Westfalian system of power struggles between nation-states in the continent. The traditional functionalist approach to integration is now in doubt because, so far, the economic integration did not result in a real political integration: we have been waiting for a spillover which has yet to fully happen.

What we need today is to move on the foreground the political side of European integration. Without common politics, the common market cannot fully develop.

Davide Vittori is on twitter: @DaveVitto.
Davide’s blog on Pagina99 is here: Areopagitica.

The website Davide’s group on organized crime: Gruppo Pio La Torre.

This report was kindly delivered to you by Roberto Volpe, @afoxinspace.

Topolino e le fallacie keynesiane

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Capita che anche Topolino dia lezioni di economia. È successo nel 1992, quando il settimanale pubblicò una storia chiamata Zio Paperone e la valanga dei BOP.

La storia, prima di tutto. Il comune paperopolese (che per semplicità si assume come un’economia chiusa) si trova in una situazione di forte dissesto finanziario. Urgono opere pubbliche, ma le casse comunali, tanto per cambiare, sono vuote. I paperopolesi non spendono i loro soldi, preferendo tenerli nascosti, sotto il materasso, in cassaforte, dietro il ritratto della suocera, in attesa di “tempi migliori”.

A questo punto si rende necessaria una piccola precisazione, in quanto qui non si parla del mercato dei beni classico in cui la scelta è tra moneta e beni. Nel modello keynesiano, le persone sono di fronte a due alternative, detenere moneta o detenere titoli. Quando i paperopolesi decidono di nascondere i propri risparmi, lo fanno perché non hanno incentivi a fare altrimenti. Essi rifiutano il premio di rinuncia alla liquidità dato dal tasso di interesse perché ritenuto troppo basso. L’economia paperopolese si trova in una trappola della liquidità. La domanda di moneta è infinitamente elastica in relazione al tasso di interesse e una qualunque azione di politica monetaria si rivelerebbe inefficiente. Dunque, l’assenza iniziale di un organo di politica monetaria nella storia (i.e. una banca centrale) non ha ripercussioni ai fini dell’analisi. Si potrebbe, inoltre, assumere una condizione che nella storia italiana corrisponderebbe a quella della fine XIX secolo, quando tutte le banche italiane potevano stampare moneta.

L’unica cura per uscire dalla trappola è data dalla politica fiscale, valida, tuttavia, solo a partire da un certo livello di reddito Y. La teoria keynesiana insegna che due sono i modi di aumentare il reddito tramite l’azione fiscale: la diminuzione delle imposte (politica della tassazione) o l’aumento della spesa pubblica (politica della spesa). Eliminando la prima a causa della situazione delle casse comunali, rimane la seconda. Ma anche qui la scarsità di liquidità (o capitale, in questo caso) del comune potrebbe rappresentare un ostacolo a prima vista insormontabile: come finanziare nuove opere pubbliche in assenza di capitale? In realtà il capitale c’è, ed è nelle mani dei cittadini.

Sorge a questo punto il problema chiave: come invitare i cittadini a spendere (ossia, a investire) i propri risparmi? La teoria keynesiana viene prontamente in soccorso, in due delle sue sfaccettature. Da un lato il paradosso del risparmio (risparmiare, seppur una virtù a livello individuale, diventa un vizio a livello nazionale), dall’altro la necessità di un incentivo che spinga i paperopolesi a consumare (ossia, lo ripeto, a investire). La soluzione viene offerta da Paperino, debitore cronico: il comune (lo Stato) deve indebitarsi. Solo indebitandosi riuscirà a finanziare le opere pubbliche di cui tanto ha bisogno.

C’è ancora un però: in un qualsiasi sistema economico nessun servizio è gratis. Anche i sussidi di disoccupazione (della quale l’articolo non tratta, poiché si suppone una situazione – alquanto paradossale – di piena occupazione) hanno un costo, che va sottratto al benessere generale dello Stato. Si ritorna a un sistema pseudo-catallattico del tipo do ut des per cui il comune paperopolese realizzerà le opere pubbliche prendendo a prestito denaro dai cittadini, ripagandoli con un premio: i cosiddetti BOP – Buoni Ordinari Paperopolesi.

Il lettore attento avrà notato una certa somiglianza con l’acronimo BOT- Buoni Ordinari del Tesoro – e di fatto la loro funzione è la stessa, con una piccola differenza. Nel mondo reale il tasso di interesse si aggira intorno al 4 o 5%. A Paperopoli il premio di rinuncia alla liquidità è il doppio di quanto si investe in BOP, cioè il 100%. Così, se un cittadino vorrà “dare” al comune un milione di dollari, ne riceverà due dopo un certo tempo. Questa situazione quasi grottesca, ma indispensabile ai fini umoristici del fumetto, sarebbe del tutto insostenibile in un’economia reale (dove reale sta per mondo reale, non per mercato dei beni).

All’inizio tutto va per il meglio. Le casse comunali si rimpinguano e il sindaco decide subito di costruire un nuovo palazzo municipale. Tra piccoli problemi vandalistici, nuove e imponenti opere vengono realizzate. In realtà, la formula precedentemente citata, do ut des, non è verace: i paperopolesi continuano a investire in BOP, non tanto speranzosi che il comune faccia buon uso dei loro soldi, quanto attratti dal premio finale. Gli investimenti dei cittadini sono a fini puramente speculativi (si assume che i consumi, seppur crescenti, costituiscono una parte minore della spesa – un’assunzione sì paradossale, ma doverosa a causa della mancanza di informazioni a riguardo), mentre il comune si maschera da Stato-imprenditore. È pur vero che questa figura di Stato-imprenditore appartiene alla tradizione socialista; ed è vero anche che Keynes cercava una terza via tra socialismo e capitalismo, rifiutando il primo e tentando di regolarizzare il secondo; ma va va fatto notare come la semplice presenza di un’economia di mercato (i paperopolesi acquistano BOP) rende tale sistema più simile a quello keynesiano che a quello socialista.
I pochi soldi depositati nelle banche (che si potrebbe assumere essere consistenti interamente nei pagamenti versati dai datori di lavoro, in primis il comune) vengono ritirati, in quanto l’incentivo dato dai BOP è di gran lunga superiore al rendimento offerto dalle banche. Per necessità di semplicità analitica, non vengono considerate le riserve obbligatorie.

Prima di analizzare l’irrazionalità di questa logica economica, urgono due considerazioni. La prima è che i consumatori (investitori) non si pongono il problema della provenienza del premio monetario (la banca centrale si suppone assente e le altre banche non hanno nessun interesse a ripagare i cittadini); la seconda è che quando la spesa pubblica sale in media più delle entrate (ed è questo il caso, dato che molte delle attività messe in piedi dal comune paperopolese sono improduttive nel breve periodo), il debito pubblico aumenta progressivamente fino a diventare insostenibile quando il tasso di interesse reale è superiore al tasso di crescita.

Come detto sopra, la seconda considerazione qui esposta corrisponde esattamente a ciò che accade nella storia una volta che la prima ondata di capitale (che, va ricordato, è uno stock, non un flusso) si esaurisce a causa della scadenza dei BOP. Le casse comunali tornano a essere vuote e i lavori si bloccano. La rigidità di bilancio impone ingenti perdite all’amministrazione comunale e, per aggiungere la beffa al danno, anche le banche cominciano a fare concorrenza ai BOP – d’altronde, si sa, è la legge del libero mercato. La soluzione offerta in questo secondo momento di stasi, incredibilmente non cambia: il comune deve fare concorrenza alle banche e offrire nuovi BOP a tassi maggiorati. Si ritorna così alla situazione “felice” descritta in precedenza, e le opere pubbliche riprendono il loro corso.

Le banche paperopolesi, contrariamente a quanto accade nel mondo reale, offrono il lato razionale della storia, decidendo di non rincorrere il comune nella sua folle corsa di deficit spending, incapaci financo di sostenere forti politiche inflazionistiche. Il finale della storia è scontato, e corrisponde in buona parte alla sorte toccata ai PIIGS. Anche la seconda ondata di liquidità si esaurisce e l’assenza di una banca centrale (la storia, dopotutto, si svolge nel brevissimo periodo) non permette di riportare in carreggiata l’economia-mondo che è Paperopoli.

Manca un ultimo tassello prima di arrivare al vero finale della storia (quale storia pubblicata su un giornale per ragazzi può mai avere un finale infelice?), ed è l’analisi degli errori che hanno condotto il comune di Paperopoli al collasso.

Innanzitutto una costante (non economica) pressoché mai presente nelle situazioni fittizie: il buon senso. In qualunque situazione la mancanza di buon senso porterà all’aggravamento della stessa.

Per quanto riguarda le variabili più strettamente economiche, togliendo l’inflazione (ripeto, tutto si svolge nel brevissimo periodo e gli effetti inflazionistici non hanno abbastanza tempo per farsi sentire), rimangono due variabili: capire come l’espansione del credito abbia avuto inizio e perché tale liquidità sia stata confusa con prestiti reali da parte del comune.

Solitamente un ciclo economico espansivo comincia quando le autorità di politica economica (Fed, BCE, ecc.) stabiliscono un tasso di interesse tale da stimolare gli investimenti. Tuttavia, come già accennato, gli investimenti paperopolesi sono speculativi e non produttivi. I cittadini sono attratti dal puro ritorno monetario, non dalla possibilità di avviare attività produttive, lasciate al comune. Paradossalmente, quindi, l’espansione del credito ha inizio con tassi di interesse anormalmente alti.

Il comune, più per mancanza di buon senso che altro, spera che l’economia così drogata possa sussistere anche nel lungo periodo. Naturalmente così non è, né potrebbe mai essere. Ciò lo spinge a confondere i soldi che i cittadini hanno investito nel comune con dei semplici prestiti che dovrebbero far sì che l’economia sia stimolata per aumentare i consumi, quindi il reddito, per infine ritornare a una situazione di equilibrio attraverso una politica fiscale di tassazione restrittiva.

Alla fine, quando le banche, che hanno il potere dell’offerta di moneta in mancanza di un’autorità centrale di politica economica, si rifiutano di correre la stessa corsa del comune, rompono il meccanismo di liquidità. Si ritorna alla situazione del primo collasso, con la differenza che non c’è più possibilità di finanziare nuove opere.

L’happy ending è necessario e il deus ex-machina paperopolese assume le sembianze di un papero in cilindro e palandrana. Paperon de’ Paperoni, il Creso di Paperopoli, si accorda col comune per un bail-out “segreto”. Le somiglianze con il mondo reale sono certamente sconcertanti, ma una piccola differenza c’è. Paperone non impone misure di austerità (né può, non essendo un policy maker), ma anzi spinge i cittadini a prendersi più cura della propria città. Naturalmente, una volta imparata la lezione, i paperopolesi si riscoprono virtuosi, un’esperienza che, seppure auspicabile, è del tutto impensabile nel mondo reale.

È indubbiamente difficile fare un paragone ceteris paribus tra l’economia-mondo paperopolese e l’economia mondiale. Anzi, è inverosimile e inconcludente a livello economico, ma ho ritenuto necessario analizzare questa situazione per evidenziare i problemi che il modello keynesiano non è mai riuscito a risolvere e che ancora oggi perpetua nelle sue cattive conclusioni sulle economie di alcuni paesi.

In un articolo abbastanza recente, Paul Krugman parlava di come molti economisti, anche prestigiosi, antepongano le proprie inclinazioni politiche ai princìpi della macroeconomia, anche quando questi, a sua detta, sembrano funzionare bene. Già allora pensavo, e continuo a pensarlo ancora oggi, che non è un problema di economisti voltagabbana quanto della necessità di nuovi sistemi di pensiero economici. Lo sviluppo delle teorie economiche deve essere stimolato dalla diversità, senza intestardirsi troppo a risolvere nuovi problemi modificano vecchi schemi.

Marco Schito

LUISS Guido Carli, Roma

PIIGS Can Fly, Episode #1. Host: Guido Iodice, Keynesblog.com

CAN PIIGS FLY

On the web-radio of Luiss University, Rome, a new radio show is on. The hosts are the founding members of this website (Mattia Achei, Nicolò Fraccaroli) and its title is the unashamedly punny “PIIGS Can Fly“: the main target of the programme, same of this blog’s, is to expose non-mainstream economic theories and to advocate their teaching in universities.

Our first guest was Guido Iodice, founding member of the popular Italian website Keynesblog.

Iodice (1976-), an economics journalist, involved with the democratic-socialist party Democrats of the Left (now merged into the incumbent Democratic Party) in the past, started this website in 2012 together with Daniela Palma, an economist for the governmental agency ENEA, immediately meeting enthusiastic response by the readers and gaining a relevant position in the current Italian debate.

It is noteworthy that, as of now, Keynesblog is the only relevant Italian source to dedicate a whole article to our Post-Crash Economic Society.

Iodice turned up in person at our studio in Viale Romania 32, at the Luiss campus.

“The blog was born in February 2012”, he says. He first came up with the idea as a reaction to a statement by former Prime Minister Mario Monti: “we need to conjugate austerity and growth”. Reminiscent of the Keynesian theory, which regards austerity as a terrible mistake during a recession, Iodice gave birth to a new blog directly inspired, even in the title, by the thought of the late British economist.

Its subtitle reveals the primary nature of the project: “A review of ideas to understand the crisis“. Thus, the main aim was to collect and report a list of articles against the high tide of austerity.

Its first post was a 10-page divulgative essay titled “Get out of the crisis with Keynes“. It was met with overwhelming success, with thousands of downloads in a few days.

As a result, the project grew up and Iodice and Palma kept writing articles which showed some sort of “pedagogical take” on Keynesianism. Today the blog has a significant number of regular contributors, many of whom are formal academics.

The success of his project, argues Iodice, demonstrates that interest in Keynesianism found a real resurgence after the great crisis. Iodice argues that Keynes cannot be dismissed anymore as an “old tool” [it: vecchio arnese]. Even neoliberal economists are now forced to criticize Keynes’ thought, instead of simply ignoring it.

However, academic orientation did not change significantly, not to mention politics – especially in Europe, where politicians are still engaged to the traditional vision of the whole country as a family, that needs to cut spending to overcome crises.

Mattia remembers Mr. Iodice that Keynesblog was the only website to publish an article in Italian on the PCES, in late 2013. He asked him some advice for student movements which aim to “open” economics teaching to non-mainstream theories.

Iodice says that is “great thing” that students themselves are the engine of this renewal. He recalls an episode of three years ago, when students left in protest a lecture by well-known mainstream economist Greg Mankiw. He does not have any confidence in teachers. He points out that in the Italian academic environment publishing exclusively “on heterodox journals” is an explicit cause of rejection to teaching.

“Youth rebellion” was instrumental for the development of Keynesian theory. According to Iodice, The General Theory itself was partly a result of the push by more radical students not fully convinced by the previous Treatise on Money.

“Economy is not a hard science!” Iodice states.  As any social science, it allows many different points of view.

Today, the debate is heavily conditioned by a tool unavailable in the twentieth century, social networks. Iodice was asked on advantages and disadvantages of this phenomenon, including the plethora of popular blogs by academics and opinion leaders, even those who lack any formal training in economics.

Here Iodice refers to Paul Krugman, who compared positively the blogosphere movement to the vitality of old-times literary cafes. Jokingly, he says that economists tend to quote each other much more on their blogs than on formal papers. As for non-economists, he points out that Keynes himself regarded the opinions of some non-academic thinkers as more useful than Marxist thought. Iodice names Warren Mosler as a good example fitting in this category today.

He goes on to say how he holds social networks in sharply different regard. Namely, Facebook is reputed very useful, while Twitter is dismissed as totally unfit to articulate coherent discussions.

After a break, Nicolò has at last the opportunity to expose the joke that gives its title to the whole show: is it more likely that PIIGS will recover, or that actual pigs will start to fly? Iodice pessimistically tends to the second hypothesis.

In the current EU framework there is no room for an effective technical response to the crisis, he argues. Therefore, technique shifts to the background highlighting the need for a political solution. This may imply a more convinced path to a federal superstate, or at least an enlargement of the Union budget, today significantly smaller than any other federal entity in the world.

Here Iodice positively quotes the well-known Italian orthodox Luigi Zingales, who proposed as an effective solution to ease the European crisis the establishment of a common European unemployment subsidy. This would entail that countries with fewer unemployed, such as Germany, would be “forced” to pay for the unemployed in the most plagued countries. However, it is widely held that Germany is making money from the current framework, especially from non-EU exports which keep Germany at large from the worst consequences of the crisis.

Iodice is convinced: a number of technical solutions exists, but they all require a narrow, if not unfeasible political path.

EU is compared to a pressure cooker. Peripheric countries (and their weaker agents) are the main course, what is going to be served to huge capital holders in Central Europe. There are two cooks, Angela Merkel and Mario Draghi, and they have a problem: the pot is not working properly. Nobody knows whether the food is already cooked, the pressure is too high, and even if the pot is going to explode.

This “continuous adjustment” take is exemplified on one hand by the ECB mild monetary expansion and OMT programme, and on the other by the persistent request for now infamous structural reforms. Those reforms have a deflationary effect on wages and prices, and this implies that the burden on borrowers becomes heavier – due to the raise of real interest rates.

Iodice recallsa long “warning” published on the Financial Times by a circle of economists, put together by Italians Emiliano Brancaccio and Riccardo Realfonzo, and featuring a long lists of national and international fellows, mainstream and non-mainstream leaning, which foresaw the “violent collapse” of the Eurozone not just as the worst case scenario, but as the most likely one.

On Keynesblog, one of the solutions hypothesized met a wide consensus, a perspective that many observers would refer to as doomy: a soft break-up. The plan is to revert the monetary union to a system of national currencies, linked to an European unit of account. This new system shall be preserved by an automatic rebalancing mechanism, aimed to force countries which enjoy a surplus to spend in borrowing countries, and at the same time to encourage those “bad countries” to invest in non-deflationary policies aimed to reduce their deficits (such as innovation).

Today this solution does not seem feasible because the main country enjoying a surplus, Germany, is firmly decided to preserve it and is highly skeptical of any measure targeted to a sort of “symmetric adjustment” (in Iodice’s words).

Iodice agrees that an unilateral break-up of the monetary union would be catastrophic, but he thinks that a concerted transition from a Euro-1 to a Euro-2 would have way less consequences. The preservation of a linkage between national currencies discourages policies of continuous devaluations, thus reassuring financial operators.

Iodice regrets that this solution, at the moment, seems unfeasible due to the German opposition. Southern European governments, and now France too, are still flattened on German positions preventing any steps to be taken towards the solution sketched above.
However, he stresses how this proposal may be of a higher political value for Germany itself, if we regard it in comparison to the immediate threat of a sudden break-up of the EZ and of the EU as a whole.
[As Iodice adds off the record, in such a scenario Germany might face a tough choice between the “soft solution” and, eventually, leaving the monetary union themselves]

Let us turn to the very new Italian government, dominated by the charismatic figure of the young Prime Minister Matteo Renzi. Keynesblog discussed widely the so-called “matteonomics” and Iodice does not seem convinced at all.

On one hand, Renzi’s Blairite proclaims sound anachronistic to Iodice. Again, during the introductory speech, PM kept on his seat a book published by a notorious ultra-liberal think-tank, Istituto Bruno Leoni (its title isSudditi, “subjects” – to a tyrant, the State). On the other hand, Renzi publicly committed itself to overcome the infamous 3% deficit/GDP parameter – parameter even enforced and restricted to a “factual 0,5%” by a recent amendment to the Constitution.

In conclusion, he thinks Renzi is pretty confused on economic matters. So he focuses on his new Minister of Finance, Pier Carlo Padoan, former chief-economist for the OECD. Iodice recalls the words by Paul Krugman on the OECD, and on Padoan in particular, described more or less like unrepentant austerity cheerleaders, while even the IMF recognized its mistakes in underestimating recessive effects of austerity measures.

Padoan, who cooperated for a long time with a think-tank (Italianieuropei) created by one of the dominating figures in the Italian centre-left in the last two decades, Massimo D’Alema, is described by Iodice as “the neoliberalism teacher for the left”. All in all, Renzi surely cannot rely on Padoan to fulfill his promises to overcome the 3% ceiling.

The last question by Mattia concerns the environment. He refers to an article dating back to February 2012 dealing with the concept of green growth. Iodice highlights again the role of politics and names Mariana Mazzucato, Italian-American economist, who published in 2013 a book on the role of state regulations and enterpreneurship in shaping markets. Green economy enjoys a huge boost from state regulation and, in more drastic terms, by some elements of planned economy.

Nicolò concludes on the “future of the Left“. Italian left, especially on labour market issues, relies primarily on neoliberal think-tanks and totally abandoned its traditional principles. Iodice tells us that the national labour market debate is still mainly centered on a theoretical issue. The leading position views unemployment substantially as a frictional matter, while Iodice holds that it depends primarily on the goods market, and frictions of any kind are not of primary interest.

An example: the huge unemployment rate currently observed in Spain surely is not to be attributed to strict labour protection rules. According to the OECD, Italy is the country where, in proportion, labour protection regulations were dismantled the most! No significant positive effects are shown, especially in the dramatically low rate of foreign investment in the Italian economy.

Labour market is a follower: employment is primarily determined in other markets. And those other markets have to be reinvigorated in order to reduce it; otherwise, only small, insignificant adjustments can be expected.

The ideological assumption that employment is primarily determined in the labour market is today well established also on the left of the political spectrum. The new government does not seems to make an exception. The leftish version of the flexibility ideology, flexicurity, generally focuses much more on the flex– side and clearly neglects to describe concrete policies for the security side.

Iodice ends his exposition wondering: “Where is the money to do [a generous unemployment subsidy]?” A question still unanswered we will try to explore in the near future.

keynesblog.com is also available on the social networks: facebooktwitter.

Guido Iodice is on twitter: @guiodic

PIIGS Can Fly is on air every Wednesday, 16.00 to 17.00, CET on www.radioluiss.it, the web-radio of LUISS University, Rome.

This report was kindly delivered to you by Roberto Volpe, @afoxinspace.

Neo-classicismo e neo-keynesismo, il dibattito nello specchio di Narciso.

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Ho letto in questi giorni l’ultimo libro di Eugenio Scalfari, L’amore, la sfida, il destino, in cui l’autore a un certo punto declina le diverse accezioni di amore andando da Catullo a Montaigne, da Werther a Foscolo, dall’amore-passione all’amore-amicizia, e così via, fino a darne una sua personale definizione. L’amore, dice, è desiderio. Dell’altro, di un corpo, dell’anima, del potere. L’amore può anche essere verso se stessi, un amore narcisistico che, consapevolmente o meno, ha necessariamente a che fare col potere. Narcisismo è potere, dunque. Un potere oggi espresso soprattutto dal paradigma economico vincente.

 

Noah Smith, nel suo blog[1] riprende un dibattito, quello tra neo-classici e neo-keynesiani, cominciato negli anni Settanta e giunto fino a noi in varie declinazioni e attraverso la voce di diversi economisti. Non ho gli strumenti adatti per addentrarmi in profondità in tale discussione o addirittura per pendere dalla parte dell’uno o dell’altro partecipante. Non mi soffermerò, dunque, sulle critiche rivolte da Robert Barro nei confronti dei neo-keynesiani di cui tratta l’articolo di Smith, o su chi siano i “buoni” e i “cattivi” di cui parla; né è, d’altronde, mia intenzione fare un’analisi economica di questa divergenza paradigmatica. A tal fine, ripasserò solo brevemente alcuni punti storici e teorici del dibattito, per poi giungere a una mia personale conclusione, di natura non già economica per se, ma più attinente a problemi pratici e gnoseologici.

Paul Krugman[2] aiuta a descrivere questa diatriba “vecchia di un quarto di secolo” riaperta da Smith. Una divergenza dovuta alle politiche monetarie, e non fiscali. Il problema centrale era capire se le azioni delle banche centrali fossero in grado di creare e guidare delle fluttuazioni economiche, o se tali fluttuazioni fossero dei veri e propri shock. All’origine di questa diatriba c’è il passaggio dal keynesismo al modello DSGE (Dynamic Stochastic General Equilibrium), che tenta di spiegare fenomeni macroeconomici sulla base di principi microeconomici, attenendosi, dunque, a delle aspettative razionali degli attori economici. Da qui partono i problemi. Due gruppi eredi del keynesismo si fanno – o tentano di farsi – portabandiera di questo modello DSGE: i neo-classici, sostenitori del Real Business Cycle (RBC) e i neo-keynesiani, guidati da Stiglitz, i quali vedono nel loro modello lo strumento più adatto per attuare le politiche economiche sia a livello nazionale, sia a livello sovranazionale.

Molto brevemente, si può dire che il modello RBC crede che l’economia sia guidata dalla produttività, cioè da quegli shock finanziari dovuti a cambiamenti nell’offerta (e non nella domanda come sarebbe solitamente per gli shock). Per i neo-keynesiani, invece, è la vischiosità dei prezzi e dei salari che fa muovere il ciclo finanziario, in quanto questi non si adeguerebbero immediatamente ai cambiamenti delle condizioni economiche, e ciò renderebbe l’intervento politico preferibile ai meccanismi autonomi di mercato.

Ho detto che non mi sarei soffermato sugli aspetti più tecnici o su un giudizio riguardo a chi siano i “buoni” e i “cattivi” della storia, ma mi si permetta di fare uno strappo che ricollegherò alla mia conclusione. Smith scrive che secondo Barro i teorici del RBC siano i “buoni” per tre ordini di ragioni: perché il loro modello è [più] attraente; che i loro motivi per migliorare il modello sono migliori degli altri; e perché sono responsabili di più miglioramenti metodologici dei neo-keynesiani. Ma difficilmente questi sono motivi giusti per ritenere un modello valido. Proprio per questa ragione Lawrence Summers critica[3] gli appunti di Ed Prescott sul RBC in un saggio – piuttosto tecnico – di circa quattro pagine, ma che può essere riassunto in questa frase, presente all’interno dell’articolo stesso: “Molte teorie possono replicare approssimativamente un qualsiasi insieme di fatti che sia dato; che una teoria sia in grado di fare ciò non significa però che essa sia corretta e nemmeno che si avvicini all’esserlo.” Karl Popper aveva messo in guardia dalle cosiddette falsificazioni metodologiche attraverso le ipotesi ad hoc, ossia “strappi alla regola” per giustificare fallacie teoriche. Le ipotesi ad hoc non sono uno strumento nuovo (risalgono facilmente a cinquecento, seicento anni fa) e nelle scienze sociali sono state usate soprattutto dai neomarxisti per giustificare la solidità delle tesi marxiane in un mondo post-industriale. Anche Prescott e i teorici del RBC sembrano servirsene per ottenere la supremazia sugli odiati colleghi neo-keynesiani.

Ciò non significa, però, che questa sia una mia difesa nei confronti dei neo-keynesiani. Anzi, anche loro sono spesso colpevoli di agire secondo una logica del post hoc, ergo propter hoc, partendo dunque dalle conseguenze per spiegare le cause, creando una serie di relazioni che sostengano le loro ipotesi solo e semplicemente perché “così è già accaduto.” Hayek e la scuola austriaca erano maestri nello smascherare questo vizio keynesiano, che rimandava a una necessità contingente (e non già intrinseca), creata cioè per dar prova dei propri modelli e delle proprie teorie.

Sarebbe tuttavia errato credere anche che tutti gli economisti siano in malafede e optino per le ipotesi ad hoc. C’è in tutto questo certamente un elemento politico, che si manifesta nell’ideologia. Gaber cantava dell’ideologia come “passione e ossessione della diversità”, ma soprattutto come “il continuare ad affermare un pensiero e il suo perché”, ed è proprio in questa seconda frase che giace il motivo della perpetuazione delle teorie keynesiane attraverso uno scisma che meglio rappresentasse le diverse ideologie, non dissimilmente da quanto accade alle scissioni all’interno dei partiti, che si dividono in partiti minori per meglio rappresentare gli interessi non solo degli elettori, ma anche degli eletti. A tal proposito, in scienza politica Maurice Duverger parlava di evoluzione lineare dei partiti e dei sistemi partitici, ma un parallelo con la scissione avvenuta negli anni Settanta sarebbe del tutto improprio. Neo-classicismo e neo-keynesismo, nelle parole di Thomas Kuhn, filosofo della scienza, possono essere visti come diversi paradigmi che forniscono differenti chiavi interpretative della realtà e che sono incommensurabili tra di loro. Sono incommensurabili proprio perché non rifiutano tout court il keynesismo, ma anzi lo usano come base delle loro rispettive teorie economiche. Non c’è un’evoluzione lineare, ma non c’è neanche una rottura completa poiché hanno preso a cuore l’insegnamento di Joseph Schumpeter, secondo il quale “lo studio degli economisti del passato fornisce vantaggi pedagogici, nuove idee e cognizioni sui procedimenti della natura umana.”  Dare un senso al passato per capire il futuro: nessuna teoria, economica, politica o scientifica, nasce completa. Keynes si basava sugli insegnamenti di Malthus, Stuart Mill sull’utilitarismo di Bentham, Hayek sulle teorie di Böhm-Bewerk e Mises, e tutti questi (o quasi) ebbero come punto di incontro obbligato Karl Marx.

Nel 1994, Robert Lucas criticò un pezzo dell’Economist scritto da Gregory Mankiw poiché credeva che nulla aggiungesse alla discussione e allo sviluppo delle teorie economiche. Dodici anni dopo, lo stesso Mankiw scrisse un altro paper[4] che concludeva così: “La ricerca neo-classica e neo-keynesiana ha avuto un minimo impatto per i macroeconomisti pratici che hanno il compito di stilare e portare a termine le vere politiche monetarie e fiscali. […] Eppure da una prospettiva astratta della scienza macroeconomica, tutto questo lavoro può essere visto più positivamente. Gli economisti neo-classici hanno dimostrato i limiti dei modelli macroeconometrici keynesiani e le raccomandazioni di politica economica basate su tali modelli. Gli economisti neo-keynesiani [hanno dimostrato] quale tipo di imperfezioni del mercato sono necessarie per dare un senso alle fluttuazioni di breve periodo.” Si rivede in questa conclusione l’insegnamento di Schumpter, secondo cui ci basiamo e impariamo dal passato per migliorarlo.

Ma soprattutto si rivede in questa conclusione il narcisismo intrinseco al dibattito stesso. Mankiw, infatti, parla della scarsa utilità pratica dei due filoni di ricerca per i veri attori delle politiche economiche, i policy-makers e chi sta dietro di loro. È questo, un narcisismo volto al potere e alla supremazia, parola che non a caso ho evidenziato parlando delle motivazioni di Robert Barro riguardo ai vantaggi del modello RBC. La loro lotta non sembra avere un risvolto esterno, ma anzi ora più che mai è reclusa e basata su toccate e fughe. Già Smith evidenziava nel post citato all’inizio come gli economisti oggi usino i blog più per dibattere tra di loro che diffondere idee o soffermarsi per riflettere sulla situazione attuale. Una serie di risposte, scuse, attacchi anche gratuiti, al punto che lo specchio in cui guarda l’economista si intorbidisce così tanto che lo sfondo non mostra più gli oggetti che gli stanno dietro, le pareti, le case, il paese, la realtà, ma solo libri, formule, modelli, e altri economisti.

Negli anni Ottanta in Italia cresceva la disaffezione degli elettori verso la classe politica. Credevano che una volta eletti, i politici formassero un circolo a sé stante, completamente scollegato dal Paese reale, dai suoi bisogni e dalle sue richieste; una casta, la chiameremmo oggi. La casta degli economisti non è forse troppo differente. Troppo presi dall’amore di sé e dei propri modelli, un amore ormai violento da cui bisognerebbe fuggire, gli economisti e il mondo reale si disaffezionano a vicenda. L’uno, il mondo reale, perché incapace di comprendere questa diatriba che poco o nulla apporta in termini di praticità, accecato da beceri populismi e slogan fin troppo semplicistici. Gli altri, gli economisti, o meglio i macroeconomisti, incapaci o maldisposti a pulire lo specchio in cui si ammirano, accecati da ideologie e dall’amore quale desiderio. Del potere.

Marco Schito

LUISS Guido Carli, Roma