Sardex, the islander currency.

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Sardex is a new way of thinking economics. It demonstrates how it is possible to combine commercial and social interests together and refuse the craziness of capitalism, which led Sardinia to a financial and human misery. We rarely talk about confidence, solidarity and networking in economics discussions. Furthermore, Sardinia is a region where starting an innovative business is not that easy: Sardinia’s enterprises produce on the island just the wealth necessary for their own territory. But the story of four young under-30-years old make us believe that a new way of thinking economics is actually possible, even during a financial crisis. Carlo Mancosu, charged for Sardex’s relations with the press, told us his story. After graduation, he came back with three of his friends to Serramanna, a village of Sardinia, where he was born, and created Sardex.net in 2009. Two years later, 700 enterprises were part of it, and 23 people were employed to manage the 4-million-turnover of Sardex. Mancosu explained that they were “worried about the impact of assets’ liberalization and the enlargement to a competitive global market. We are also against the idea that money generates money. Money is just a useful means for trading goods”. However, what is Sardex? Sardex is a virtual currency, complementary to euro, which permits to trade goods and services within the group of enterprises which are members of the network. Before its enrollment every enterprise declare its services and goods that are available to be traded with Sardex. Then, they get credit according to a rating based system. This credit is based on confidence, and it is properly a free liquidity injection. It is possible to find similar currencies in other European countries such as Switzerland (Wir). The German Wara was another example of complementary currency which was used in the 30s. Regarding the Sardex, at the end of every year, when balance sheet are completed the enterprises pay in euros (conventionally one Sardex is equal to one euro) the liabilities that they were not able to cover. In this way enterprises are likely to put money in the network instead of keeping it as reserve. In fact, the system is based on the growing trend of transactions and not on the growing liquidity.

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Sardexnomics. L’economia sarda e la moneta dei quattro mori.

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Alla vigilia delle elezioni regionali in Sardegna (16 febbraio 2014) una riflessione su un fenomeno sviluppatosi in una delle regioni che più ha sofferto la crisi economica e che ha cercato di rialzarsi con le proprie forze: il Sardex, la valuta virtuale sarda creata da quattro ragazzi. 

Sardex è un nuovo modo di concepire l’economia, è la dimostrazione che si può tornare a coniugare i rapporti commerciali con quelli sociali, rifiutando le follie del capitalismo sfrenato che ci ha condotto questa miseria. Umana, oltreché finanziaria. Parlando di economia siamo abituati ad ascoltare parole come fatturato, profitto, interesse; ma ecco che accanto a queste ne compaiono altre, che difficilmente si leggono nei manuali: fiducia, solidarietà, fare rete. E’ sufficiente raccontare la storia di questi ragazzi, alcuni di loro neppure trentenni, per dimostrare nei fatti e nei numeri che “un’altra via” è possibile e che anche in tempo di crisi e in una regione, la Sardegna, poco avvezza ai cambiamenti e alle novità è pensabile mettere in piedi un’attività imprenditoriale innovativa che produce ricchezza sul territorio e per il territorio. Quattro amici d’infanzia, accomunati da un interesse profondo per l’economia e per le monete complementari oltre che dall’amore per la propria terra, dopo aver terminato gli studi decidono di tornare in Sardegna nel loro piccolo paese di origine: Serramanna. E proprio qui nel 2009 rendono operativo il Circuito Sardex.net. che dopo due anni e mezzo di attività già contava 700 aziende affiliate, ventitré dipendenti dislocati tra sede centrale e sede commerciale e un volume di transazioni che aveva raggiunto i quattro milioni di Sardex. “L’idea nasce nel 2007”- come racconta Carlo Mancosu, responsabile della comunicazione per Sardex, nello stesso sito dell’azienda-. “Tutti noi nutrivamo un profondo interesse per l’economia locale ed eravamo preoccupati per gli impatti causati dalla liberalizzazione dei capitali e dallo spettro della competizione che da locale stava diventando mondiale. Inoltre siamo contrari al denaro che crea denaro, in quanto nel sistema attuale il denaro ricopre un ruolo che non è più quello di mezzo di scambio ma di fine”.

Ma cos’ è Sardex? Sardex è una moneta virtuale, complementare all’euro, che permette di scambiare beni e servizi tra le aziende affiliate al circuito, e funziona come camera di compensazione di debiti e crediti. In Europa esistono già esempi di monete complementari create in tempi di crisi, ed è proprio a queste che si ispirano i ragazzi di Sardex. In Svizzera sono 60 mila le imprese che ancora oggi si scambiano beni e servizi in Wir, mentre in Germania nel 1930 circolavano i Wara.

Come funziona?

Si potrebbe definire Sardex come una moneta che regola lo scambio di beni e servizi tra le imprese sarde affiliate al circuito. Ogni azienda, all’atto di iscrizione, comunica la propria disponibilità annuale per il circuito di beni e servizi per il quale si vuole impegnare. A questo punto in base ad un sistema di rating ( dal volto piuttosto umano ) si assegna loro un credito, quindi la possibilità per l’azienda di andare in rosso e di acquistare, prima di aver venduto, all’interno del circuito. Tale credito viene assegnato sulla base della fiducia ed è una vera e propria iniezione di liquidità aggiuntiva ad interessi zero per aziende che decidono di partecipare al circuito.

Ogni anno i bilanci di ciascuna posizione si chiudono e le aziende ripagano in euro (per convenzione un Sardex vale un euro) le passività che non sono riusciti a ripagare effettuando vendite nel circuito. Le imprese hanno perciò tutto l’interesse nel rimettere il denaro in circolazione nel network, anziché tenerlo fermo come riserva di valore, in quanto il buon funzionamento del sistema è determinato dalla crescita delle transazioni e non dall’incremento della massa monetaria all’interno del circuito.

Mattia Achei
LUISS Guido Carli, Roma

 

 

 

 

L’IS-LM per leggere la crisi: il punto di Francesco Saraceno.

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L’ultima voce del dibattito che abbiamo riportato su questo blog viene proprio dall’Italia. L’economista Francesco Saraceno scrive sul suo blog che effettivamente Krugman ha ragione quando sostiene che i libri di testo siano (quasi) sufficienti a comprendere la crisi odierna e implementare le politiche necessarie a correggerla. Il punto controverso è però cosa intendiamo con “analisi dei libri di testo”.  Krugman fa riferimento ai modelli basati sull’IS-LM. Ma questi sono gradualmente scomparsi dai curricula delle lauree magistrali perché considerati troppo approssimativi.

Lo stesso Saraceno a suo tempo studiò su questi modelli, che insegna tutt’oggi in Italia, servendosene anche per discutere tematiche inerenti alla crisi. Eppure questi erano assenti durante i suoi studi alla Columbia. Nessun elemento macroeconomico appreso negli studi magistrali, per quanto intellettualmente stimolante, gli fornì una visione chiara della crisi. Semplicemente non ce n’era bisogno.

Il modello IS-LM con qualche piccola correzione resta un’importante strumento per capire la situazione attuale. Il fatto è che l’IS-LM non è per nulla un modello mainstream. Quello che preoccupa Saraceno nel post di Paul Krugman, infatti, non è certo la “textbook analysis” di cui parla, ma il suo uso del termine “standard”.

Per capire a cosa si riferisce Saraceno riportiamo una traduzione del testo pubblicato dal premio Nobel sul suo blog:

“La mania per la deregolamentazione finanziaria non è certo venuta fuori dall’analisi economica standard, […] ma fu al contrario un problema di  vigilanza, non di imperfezione teorica”.

In Italia, come effettivamente Saraceno fa notare, il modello IS-LM è ancora insegnato nei corsi di laurea triennale. Una cosa certamente positiva, che però secondo me necessita di qualche modifica didattica. Inserendomi in questo dibattito con la consapevolezza di non avere le competenze tecniche e teoriche per entrare nello specifico degli aggiustamenti adottabili, penso che sia necessario fornire agli studenti fin dalla laurea triennale un approccio più critico nei confronti di un simile modello. Non intendo con questo di stimolare gli studenti a criticare il modello, ma a saper criticare dentro al modello. Personalmente ho avuto la fortuna di incontrare in seguito a un corso di macroeconomia basato sul testo classico di Olivier Blanchard, un libro intitolato Antiblanchard, che esponeva un uso alternativo del modello IS-LM (e AS-AD) con un riguardo particolare al mercato del lavoro (sempre AS-AD). Questi punti di vista, per quanto possano essere criticabili, non mi erano mai stati esposti durante il corso universitario (per motivi di tempo, non certo per una mancata onestà intellettuale del professore). Credo quindi che il modello IS-LM, come l’AS-AD, sia uno strumento utilissimo, non solo per l’economia ma anche per tutte le scienze sociali, ma la sua utilità è certo limitata se di un modello così ampio ne viene insegnata un solo punto di vista.

Nicolò Fraccaroli, LUISS Guido Carli (Roma)

Krugman: il vero problema dell’economia sono gli economisti.

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Il dibattito sull’economia mainstream continua sul blog “The Conscience of a Liberal” del premio Nobel per l’economia Paul Krugman, che pubblica un post dal titolo “The Trouble With Economics Is Economists”, ovvero: il problema dell’economia sta negli economisti.Krugman, in linea con Wren-Lewis, trova iniquo accusare i libri di testo dello scoppio della crisi o di una insufficiente reazione ad essa in termini contenutistici. La “mania” per la deregolamentazione finanziaria non trova la sua origine nell’analisi economica standard (o mainstream, che dir si voglia). Le misure di deregolamentazione adottate negli ultimi anni infatti andavano contro il modello canonico Diamond-Dybvig, elaborato per prevenire le crisi bancarie.

Tal modello prescrive innanzitutto un ruolo cruciale da parte del governo nel prevenire situazioni di panico che possono portare a pericolose corse agli sportelli. Ad esso si aggiunge una significativa dose di regolamentazione volta al controllo sul rischio morale che i governi possono correre nel sostenere garanzie di questa consistenza.È però vero che sono pochi gli economisti che hanno previsto la genesi del sistema bancario ombra (SBS, Shadow Banking System), che ha scavalcato le barriere tradizionali: ma questo fu un problema di vigilanza, non di insufficienza teorica.

La teoria dei mercati efficienti (EMT) probabilmente si merita più accuse per il fallimento di troppi economisti nel riconoscere l’esistenza di una bolla immobiliare. I libri di testo, tuttavia, hanno sempre presentato la teoria dei mercati efficienti come uno dei tanti punti di riferimento, non come una verità assoluta.

Per quanto riguarda la reazione alla crisi, è necessario sottolineare la determinazione dei policy-makers nel fare completamente l’opposto di quanto viene scritto nei libri di testo. Fare ricorso a misure di austerità come i tagli alle spese quando i tassi di interesse sono pari a zero, trasalire ad ogni innalzamento dei tassi di interesse sono tutte cose che non hanno a che fare con l’applicazione dell’economia ortodossa. La cosa più sorprendente è stata assistere alla proliferazione di nuovi modelli appositamente inventati per giustificare gli interventi completamente opposti a quello che un normale corso di economia insegna fin dal primo anno.

Il problema ovviamente è che tutto ciò non è stato solo il prodotto di un gruppetto di cocciuti che hanno ignorato i principali precetti della scienza economica. Il problema è che troppi economisti prestigiosi hanno voltato le spalle ai principi della macroeconomia, anche quando sembravano funzionare bene, per anteporvi le loro inclinazioni politiche. E questo non può significare altro che c’è qualcosa di sbagliato nella strutturazione professionale degli economisti. Credo che non abbiamo bisogno di teorie economiche diverse, quanto di diversi economisti.

Il dibattito sull’economia mainstream: la posizione di Simon Wren-Lewis

 

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Lo spunto dato da Aditya Chakrabortty con l’articolo di cui abbiamo parlato (https://postcrashitaly.wordpress.com/2013/12/31/magpie-discipline-la-scienza-della-gazza-ladra/) ha acceso un interessante dibattito virtuale tra economisti di alto calibro.

Tutto parte dalla posizione di Simon Wren-Lewis, professore a Oxford, che dal suo blog Mainly Macro non si fa problemi a definire “silly” l’idea  che l’economia mainstream sia per forza collegata a una visione di stampo liberista. Certo, l’economia mainstream è spesso usata per supportare le tesi liberiste, ma nel suo ambito vi sono anche diverse analisi ed idee che potrebbero confutare le stesse.

Wren-Lewis sceglie l’esempio dell’austerità. Il fatto che fosse una ricetta folle per uscire dalla crisi è attestato da ogni libro di testo universitario e questo ce lo dice l’economia mainstream, la stessa praticata oggi dalle banche centrali. Quindi non bisogna ignorare che la più forte ed effettiva critica all’austerità venga proprio dall’economia “ortodossa”.

Importante da considerare è inoltre l’incapacità di previsione, caratteristica comune tra le scienze. Gli economisti e le banche centrali sono comunque costretti a fare previsioni, che i media presentano come assolute, mentre le istituzioni stesse cercano di sottolinearne il carattere puramente probabilistico. Non è vero nemmeno che gli economisti mainstream non sappiano come uscire dalla crisi e cosa riaggiustare perché essa non si ripresenti.

Quello su cui bisogna concentrarsi è quindi come l’economia viene insegnata, con una attenzione particolare a come essa viene percepita e si sviluppa. Gli studenti sono insoddisfatti, come ne è prova la creazione della Post-Crash Economics Society. L’insegnamento necessita quindi di una riforma radicale.

Uno dei problemi maggiori riguarda come gli economisti vedono se stessi. Essi vedono l’economia come una scienza fisica, con una base fondamentale di conoscenza che nei secoli si è accumulata, in maniera simile alle scienze fisiche.

Una visione alternativa e migliore sarebbe quindi dare più enfasi a come l’economia si è sviluppata, facendo giocare un ruolo primario a “Storia dell’economia”. Le teorie economiche potranno essere viste come le risposte a particolari eventi ed esigenze storici. Ad esempio, presentare le teorie keynesiane nel contesto della Grande Depressione risulterebbe decisamente utile. Inoltre è importante comprendere il nesso tra teoria e ideologia: gli economisti infatti si adattano al contesto socio-politico in cui operano. L’onestà intellettuale dovrebbe infine portare gli economisti ad ammettere come spesso l’ideologia influenzi il loro lavoro, nei limiti delle prove scientifiche ed econometriche.

 

 

In memoria di Augusto Graziani

Per ricordare il prof. Augusto Graziani, maggiore esponente in Italia della teoria del circuito monetario, che ci ha lasciati ieri, 5 gennaio 2014, riproponiamo un estratto da un suo articolo del 1985 pubblicato sulla rivista Azimut.

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“Se il settore pubblico viene gestito in pareggio, e cioè la spesa pubblica è coperta con le imposte, il settore pubblico non aggiunge e non toglie una lira di liquidità, si limita a prendere da una parte e a spendere dall’altra; le imprese ottengono liquidità aggiuntiva soltanto dal settore bancario con il conseguente indebitamento. Quando invece c’è un disavanzo nel settore pubblico, finalmente è lo Stato che s’indebita verso la Banca Centrale, con un allargamento della base monetaria, o si indebita verso i risparmiatori, aumentando la velocità di circolazione della moneta.

Ma in entrambi i casi le imprese ottengono flussi di liquidità che per loro non sono un debito, liquidità sulla quale non devono pagare interessi. È stato proprio il disavanzo del settore pubblico che ha riequilibrato i conti del settore industriale verso il settore finanziario.

Si parla molto del disavanzo nel settore pubblico e si osserva che questa offerta continua di titoli sui mercati finanziari, questo rastrellare di continuo liquidità dai risparmiatori per convogliarla verso i titoli pubblici e le casse dello Stato avrebbe spiazzato le imprese italiane dal mercato finanziario. Si osserva inoltre che con un’offerta di titoli pubblici a tassi d’interesse così vantaggiosi, le imprese industriali si sarebbero trovate nell’impossibilità di competere con la conseguenza che se non riuscissero più a finanziarsi sul mercato, sarebbero state spiazzate. Sarà anche vero, ma è irrilevante, perché con l’immissione di liquidità derivante dal disavanzo dello Stato le imprese realizzano profitti tali per cui non hanno più alcun bisogno di ricorrere al mercato finanziario. Saranno state spiazzate dal mercato finanziario, ma sono rimpiazzate sul mercato delle merci, dove realizzano dei profitti tali che consentono un comodo autofinanziamento. Si è parlato giustamente di una crisi fiscale dello Stato. Questo è vero, però come il disavanzo della bilancia commerciale è un disavanzo voluto, così anche il disavanzo nel settore pubblico — non so dire se voluto o non voluto — certamente si armonizza in una manovra politica complessa e nel suo insieme coerente. E di questa crisi fiscale dello Stato, dobbiamo a questo punto dare un giudizio molto più circostanziato e qualificato. Se apriamo il giornale, noi leggiamo che il disavanzo nel settore pubblico è dovuto a un eccesso di spesa, al fatto che ci sia stata un’esplosione della spesa pubblica per sussidi, pensionamenti, cassa integrazione; altre forme di trasferimenti personali e che, quindi, è necessario ridurre la spesa pubblica proprio nel settore dei trasferimenti personali, per riequilibrare le finanze dello Stato. Si è dato troppo al cittadino utente-consumatore e adesso basta: tagliamo sulle scuole, tagliamo sulle università, tagliamo sulla sanità, tagliamo su tutto quello che si può tagliare: sono le spese che vanno tagliate. Vorrei osservare che certamente per il cittadino utente, consumatore, sussidiato, beneficiato, quello che conta è il livello della spesa pubblica. Quando però la spesa pubblica viene gestita in disavanzo, come avviene negli ultimi anni dell’economia italiana, c’è un altro beneficiario al di là del consumatore, pensionato, assistito, e questo è il settore industriale, per le ragioni che dicevo prima. Quindi, il disavanzo del settore pubblico italiano ha svolto la sua funzione, anche e soprattutto, nei confronti del settore industriale. Se parliamo di settori che hanno tratto vantaggi dal livello della spesa pubblica e dal fatto che essa sia stata gestita in disavanzo, dobbiamo ricordarci che il primo ad essere stato avvantaggiato è il settore industriale, ed è per questa ragione che i progetti di riequilibrare il disavanzo, eliminare, ridurre, rientrare, come si dice oggi, dal disavanzo del settore pubblico, sono progetti che riscuotono sicuramente l’approvazione dell’uomo della strada, perché un debito è sempre una cosa negativa, ma in definitiva non fanno grande presa sul settore industriale, che è il più interessato”.

Magpie Discipline, la scienza della gazza ladra.

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Il 28 ottobre è comparso sul Guardian (http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/oct/28/mainstream-economics-denial-world-changed) un articolo di Aditya Chakrabortty molto critico verso i cosiddetti economisti mainstream, accusati di essere tra i principali responsabili del radicamento delle elité all’interno della società moderna. Il punto centrale dell’articolo è che, nella Gran Bretagna del Post-Crash le élite, che non hanno impedito l’avvento della crisi stanno mantenendo comunque il potere, pur mancando della credibilità per esercitarlo.

In questo scenario i sostenitori della Grande Moderazione, “armati di PhD”, avrebbero dovuto essere screditati ampiamente dopo il crash economico. Ma dopotutto, il cambiamento più significativo non è stato altro che un documentario di Charles Ferguson che mostrava come le menti più brillanti delle università americane fossero stati pagati dalla “Big Finance” per pubblicare ricerche che supportassero i loro stessi finanziatori. E per quanto riguarda i principali corsi di laurea in economia? Sono rimasti gli stessi per un semplice motivo: gli alti sacerdoti dell’economia rifiutano di riconoscere che il mondo è cambiato.

 L’articolo non dimentica, seppur in nota critica, i “colleghi” della Post-Crash Economics Society di Manchester e la loro petizione per la creazione di un syllabus che comprenda le altre visioni del mondo economico, all’infuori di quella basata su insiemi di acritici problemi algebrici. Questo significa tornare a Smith, Malthus e Marx?- chiede il columnist del quotidiano britannico ai ragazzi. “Esattamente”. Ma perché quindi ignorare la teoria della distruzione creatrice [1] di Schumpeter? “Beh, a lui si farà un cenno.”

Non è certo tutta colpa dei docenti, che si trovano 400 studenti in un’aula, condizione non certo adatta ad andare un attimo fuori dai confini del programma. Però bisogna tenere conto principalmente del risultato finale: gli studenti di economia escono dall’aula dell’esame con la stessa identica cassetta degli attrezzi di chi cinque anni fa ci ha portati a questo sfacelo.

L’economia dovrebbe quindi essere una magpie discipline. Una disciplina da gazze ladre, letteralmente, il che vuol dire che dovrebbe “rubare”, attingere, dalle diverse discipline quali la filosofia, la storia e la scienza politica. Negli anni ’70 la facoltà di economia di Cambridge vantava leggende quali Nicky Kaldor e Joan Robinson. Come scrive Tony Lawson, all’epoca “c’erano grandi dibattiti e gli studenti attingevano alla politica, alla storia del pensiero economico… ma ora nulla. Nessun dibattito, nessuna contaminazione del pensiero politico o della storia del pensiero economico all’interno dell’economia. I corsi sono quasi esclusivamente fatti di matematica”.

[1] La teoria della distruzione creatrice si inserisce nella teoria delle innovazioni, sempre di Schumpeter. Le innovazioni, concentrate in alcuni periodi di tempo, e non distribuite omogeneamente, portano a una forte espansione economica a cui segue una pesante recessione per tornare infine ad un equilibrio che però è mutato rispetto al precedente. Le fasi di trasformazione dovute alle innovazioni sono dette di “distruzione creatrice”, a cause del processo selettivo che l’innovazione comporta tra le aziende.

Le ricette liberiste del centrodestra francese.

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Il più grande partito di centrodestra francese, l’UMP (Union pour un mouvement populaire), fu ridotto al bicefalismo dopo che la sconfitta di Nicolas Sarkozy alle presidenziali nel 2012 non ha saputo far sovrastare uno dei due aspiranti successori -Jean-François Copé e François Fillon- sull’altro. Il 18 dicembre, nonostante i travagli dovuti alle diverse correnti interne, è riuscito a porre una sorte di armistizio che prende la forma di un programma economico in stato di necessità. Un punto d’accordo per entrambi i contendenti, “una fiamma” per dirla come Copé, a cui ha partecipato con entusiasmo anche il compagno di partito Fillon.

 

Il documento (http://ump.blog.lemonde.fr/2013/12/19/document-le-projet-economique-de-lump-prone-la-fin-des-35h-et-la-retraite-a-65-ans/) s’intitola “Misure d’urgenza per raddrizzare la Francia” e parte dalla constatazione di tre indicatori catastrofici, ciò che c’è appunto da raddrizzare: il tasso di disoccupazione (10.9%), il deficit commerciale di 67.2 miliardi di euro e infine il prelievo fiscale, pari al 46.5% del Pil, 9 punti percentuali in più di quello tedesco.

 

La principale misura di distacco dal “vecchio” UMP guidato da Nicolas Sarkozy è la proposta di uscire dal regime lavorativo delle 35 ore settimanali. Mentre l’ex presidente aveva fatto della defiscalizzazione delle ore supplementari uno dei suoi slogan, il suo stesso partito -ora all’opposizione- propone radicalmente l’uscita da questo sistema, affidando la gestione degli orari lavorativi e degli extra alla concertazione “entreprise par entreprise”, tra imprese, pubbliche e private che siano, riformando quindi il sistema vigente che stabilisce per legge durata e soglia per lo “scatto” delle ore supplementari.

 

Insomma, un invito a lavorare di più (“Travailler Plus” è proprio il titolo del capitolo) lasciando alle imprese la scelta sul numero di ore imponibili, oggi ancora prerogativa di uno stato evidentemente troppo intrusivo agli occhi dei liberisti francesi. Il documento è invece parecchio schivo riguardo alle determinazioni dei salari, che vengono rinviate alle negoziazioni tra le parti sociali con una menzione -tra parentesi- ad una suddivisione dei profitti della produzione, richiamando il modello tedesco.

 

Per contrastare la  disoccupazione la ricetta proposta dall’UMP è invece una diminuzione dei sussidi a fronte di un implemento nella formazione dei disoccupati adattandoli alle esigenze delle imprese. Detto in parole povere: se sei disoccupato ti togliamo giorno dopo giorno un po’ del tuo sussidio, ma in cambio ti diamo le competenze che le imprese richiedono sul mercato del lavoro. Facile a dirsi ma difficile a farsi, il programma dell’UMP in questo caso non sembra niente male. Peccato che a queste misure si accompagnino un alleggerimento dei controlli fiscali e delle ispezioni sui posti di lavoro delle PME (piccole-medie imprese).

 

Tutte queste misure descritte, accompagnate da un alleggerimento della pressione fiscale, sono mirate secondo il programma economico, ad una diminuzione della spesa pubblica, che verrà riportata al 50% del Pil entro cinque anni partendo dal 56.4% attuale.

 

Un programma simile, tuttavia, creerebbe uno strapotere delle imprese, alle quali, grazie alle liberalizzazioni sopra citate, verrebbero delegate gran parte delle decisioni sul mercato del lavoro. Il tutto quindi stona. Jean Paul Fitoussi, uno dei più influenti economisti francesi, ha recentemente fatto notare come le rivoluzioni conservatrici, basate su deregolamentazione dei mercati e la riduzione del ruolo degli Stati, hanno contribuito ad aumentare le disuguaglianze economiche e sociali, “una delle cause reali maggiori, se non la causa principale, della crisi finanziaria” (Fitoussi, Il teorema del lampione, o come mettere fine alla sofferenza sociale, Einaudi, 2013). Cercare di uscire dalla crisi spingendo nella stessa direzione (deregolamentazione, depotenziamento delle politiche sociali) sembrerebbe un controsenso. Un dettaglio certamente non trascurabile nemmeno nell’affidabile paese della Tour Eiffel, dove oggi il 10% delle famiglie più ricche detiene quasi la metà del patrimonio totale, mentre il 50% meno ricco non ne detiene che il 7%.

Le ragioni

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Nell’inverno del 2008, allo scoppio della crisi finanziaria, la regina Elisabetta d’Inghilterra chiese a una sala gremita di professori della London School of Economics come fosse possibile che nessuno avesse previsto questa crisi. L’imbarazzo dei professori nel trovare una risposta di fronte a una domanda tanto semplice nella formulazione quanto complessa nella sua soluzione, portò molti a nutrire numerosi dubbi nei confronti dell’economia cosiddetta “mainstream”, dominante nei syllabus universitari.

Anno accademico 2012-2013. Università di Manchester. Una decina di studenti di economia, in seguito alla conferenza tenuta dalla Bank of England intitolata “Are Economics Graduates Fit for Purpose?”, decide di creare un gruppo con l’obbiettivo di aprire i syllabus universitari anche alle altre visioni economiche distinte da quelle neoclassiche. Il gruppo prenderà il nome di Post-Crash Economics Society. All’interno della Society gli studenti si incontrano per affrontare letture di pensatori “controcorrente” quali Joan Robinson, Piero Sraffa, John Hicks. Allo stesso tempo stilano una petizione che possa veramente incidere sul sistema didattico del loro ateneo.

Presto il nome della Post-Crash Economics Society si espande (in particolare grazie ad un articolo sul Guardian) fino a raggiungere l’Italia, dove viene presentata su Keynesblog.com.

Il 27 dicembre 2013 in Italia nasce la Post-Crash Economics Society a Roma, intraprendendo i suoi primi passi da questo blog.