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Neo-classicismo e neo-keynesismo, il dibattito nello specchio di Narciso.

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Ho letto in questi giorni l’ultimo libro di Eugenio Scalfari, L’amore, la sfida, il destino, in cui l’autore a un certo punto declina le diverse accezioni di amore andando da Catullo a Montaigne, da Werther a Foscolo, dall’amore-passione all’amore-amicizia, e così via, fino a darne una sua personale definizione. L’amore, dice, è desiderio. Dell’altro, di un corpo, dell’anima, del potere. L’amore può anche essere verso se stessi, un amore narcisistico che, consapevolmente o meno, ha necessariamente a che fare col potere. Narcisismo è potere, dunque. Un potere oggi espresso soprattutto dal paradigma economico vincente.

 

Noah Smith, nel suo blog[1] riprende un dibattito, quello tra neo-classici e neo-keynesiani, cominciato negli anni Settanta e giunto fino a noi in varie declinazioni e attraverso la voce di diversi economisti. Non ho gli strumenti adatti per addentrarmi in profondità in tale discussione o addirittura per pendere dalla parte dell’uno o dell’altro partecipante. Non mi soffermerò, dunque, sulle critiche rivolte da Robert Barro nei confronti dei neo-keynesiani di cui tratta l’articolo di Smith, o su chi siano i “buoni” e i “cattivi” di cui parla; né è, d’altronde, mia intenzione fare un’analisi economica di questa divergenza paradigmatica. A tal fine, ripasserò solo brevemente alcuni punti storici e teorici del dibattito, per poi giungere a una mia personale conclusione, di natura non già economica per se, ma più attinente a problemi pratici e gnoseologici.

Paul Krugman[2] aiuta a descrivere questa diatriba “vecchia di un quarto di secolo” riaperta da Smith. Una divergenza dovuta alle politiche monetarie, e non fiscali. Il problema centrale era capire se le azioni delle banche centrali fossero in grado di creare e guidare delle fluttuazioni economiche, o se tali fluttuazioni fossero dei veri e propri shock. All’origine di questa diatriba c’è il passaggio dal keynesismo al modello DSGE (Dynamic Stochastic General Equilibrium), che tenta di spiegare fenomeni macroeconomici sulla base di principi microeconomici, attenendosi, dunque, a delle aspettative razionali degli attori economici. Da qui partono i problemi. Due gruppi eredi del keynesismo si fanno – o tentano di farsi – portabandiera di questo modello DSGE: i neo-classici, sostenitori del Real Business Cycle (RBC) e i neo-keynesiani, guidati da Stiglitz, i quali vedono nel loro modello lo strumento più adatto per attuare le politiche economiche sia a livello nazionale, sia a livello sovranazionale.

Molto brevemente, si può dire che il modello RBC crede che l’economia sia guidata dalla produttività, cioè da quegli shock finanziari dovuti a cambiamenti nell’offerta (e non nella domanda come sarebbe solitamente per gli shock). Per i neo-keynesiani, invece, è la vischiosità dei prezzi e dei salari che fa muovere il ciclo finanziario, in quanto questi non si adeguerebbero immediatamente ai cambiamenti delle condizioni economiche, e ciò renderebbe l’intervento politico preferibile ai meccanismi autonomi di mercato.

Ho detto che non mi sarei soffermato sugli aspetti più tecnici o su un giudizio riguardo a chi siano i “buoni” e i “cattivi” della storia, ma mi si permetta di fare uno strappo che ricollegherò alla mia conclusione. Smith scrive che secondo Barro i teorici del RBC siano i “buoni” per tre ordini di ragioni: perché il loro modello è [più] attraente; che i loro motivi per migliorare il modello sono migliori degli altri; e perché sono responsabili di più miglioramenti metodologici dei neo-keynesiani. Ma difficilmente questi sono motivi giusti per ritenere un modello valido. Proprio per questa ragione Lawrence Summers critica[3] gli appunti di Ed Prescott sul RBC in un saggio – piuttosto tecnico – di circa quattro pagine, ma che può essere riassunto in questa frase, presente all’interno dell’articolo stesso: “Molte teorie possono replicare approssimativamente un qualsiasi insieme di fatti che sia dato; che una teoria sia in grado di fare ciò non significa però che essa sia corretta e nemmeno che si avvicini all’esserlo.” Karl Popper aveva messo in guardia dalle cosiddette falsificazioni metodologiche attraverso le ipotesi ad hoc, ossia “strappi alla regola” per giustificare fallacie teoriche. Le ipotesi ad hoc non sono uno strumento nuovo (risalgono facilmente a cinquecento, seicento anni fa) e nelle scienze sociali sono state usate soprattutto dai neomarxisti per giustificare la solidità delle tesi marxiane in un mondo post-industriale. Anche Prescott e i teorici del RBC sembrano servirsene per ottenere la supremazia sugli odiati colleghi neo-keynesiani.

Ciò non significa, però, che questa sia una mia difesa nei confronti dei neo-keynesiani. Anzi, anche loro sono spesso colpevoli di agire secondo una logica del post hoc, ergo propter hoc, partendo dunque dalle conseguenze per spiegare le cause, creando una serie di relazioni che sostengano le loro ipotesi solo e semplicemente perché “così è già accaduto.” Hayek e la scuola austriaca erano maestri nello smascherare questo vizio keynesiano, che rimandava a una necessità contingente (e non già intrinseca), creata cioè per dar prova dei propri modelli e delle proprie teorie.

Sarebbe tuttavia errato credere anche che tutti gli economisti siano in malafede e optino per le ipotesi ad hoc. C’è in tutto questo certamente un elemento politico, che si manifesta nell’ideologia. Gaber cantava dell’ideologia come “passione e ossessione della diversità”, ma soprattutto come “il continuare ad affermare un pensiero e il suo perché”, ed è proprio in questa seconda frase che giace il motivo della perpetuazione delle teorie keynesiane attraverso uno scisma che meglio rappresentasse le diverse ideologie, non dissimilmente da quanto accade alle scissioni all’interno dei partiti, che si dividono in partiti minori per meglio rappresentare gli interessi non solo degli elettori, ma anche degli eletti. A tal proposito, in scienza politica Maurice Duverger parlava di evoluzione lineare dei partiti e dei sistemi partitici, ma un parallelo con la scissione avvenuta negli anni Settanta sarebbe del tutto improprio. Neo-classicismo e neo-keynesismo, nelle parole di Thomas Kuhn, filosofo della scienza, possono essere visti come diversi paradigmi che forniscono differenti chiavi interpretative della realtà e che sono incommensurabili tra di loro. Sono incommensurabili proprio perché non rifiutano tout court il keynesismo, ma anzi lo usano come base delle loro rispettive teorie economiche. Non c’è un’evoluzione lineare, ma non c’è neanche una rottura completa poiché hanno preso a cuore l’insegnamento di Joseph Schumpeter, secondo il quale “lo studio degli economisti del passato fornisce vantaggi pedagogici, nuove idee e cognizioni sui procedimenti della natura umana.”  Dare un senso al passato per capire il futuro: nessuna teoria, economica, politica o scientifica, nasce completa. Keynes si basava sugli insegnamenti di Malthus, Stuart Mill sull’utilitarismo di Bentham, Hayek sulle teorie di Böhm-Bewerk e Mises, e tutti questi (o quasi) ebbero come punto di incontro obbligato Karl Marx.

Nel 1994, Robert Lucas criticò un pezzo dell’Economist scritto da Gregory Mankiw poiché credeva che nulla aggiungesse alla discussione e allo sviluppo delle teorie economiche. Dodici anni dopo, lo stesso Mankiw scrisse un altro paper[4] che concludeva così: “La ricerca neo-classica e neo-keynesiana ha avuto un minimo impatto per i macroeconomisti pratici che hanno il compito di stilare e portare a termine le vere politiche monetarie e fiscali. […] Eppure da una prospettiva astratta della scienza macroeconomica, tutto questo lavoro può essere visto più positivamente. Gli economisti neo-classici hanno dimostrato i limiti dei modelli macroeconometrici keynesiani e le raccomandazioni di politica economica basate su tali modelli. Gli economisti neo-keynesiani [hanno dimostrato] quale tipo di imperfezioni del mercato sono necessarie per dare un senso alle fluttuazioni di breve periodo.” Si rivede in questa conclusione l’insegnamento di Schumpter, secondo cui ci basiamo e impariamo dal passato per migliorarlo.

Ma soprattutto si rivede in questa conclusione il narcisismo intrinseco al dibattito stesso. Mankiw, infatti, parla della scarsa utilità pratica dei due filoni di ricerca per i veri attori delle politiche economiche, i policy-makers e chi sta dietro di loro. È questo, un narcisismo volto al potere e alla supremazia, parola che non a caso ho evidenziato parlando delle motivazioni di Robert Barro riguardo ai vantaggi del modello RBC. La loro lotta non sembra avere un risvolto esterno, ma anzi ora più che mai è reclusa e basata su toccate e fughe. Già Smith evidenziava nel post citato all’inizio come gli economisti oggi usino i blog più per dibattere tra di loro che diffondere idee o soffermarsi per riflettere sulla situazione attuale. Una serie di risposte, scuse, attacchi anche gratuiti, al punto che lo specchio in cui guarda l’economista si intorbidisce così tanto che lo sfondo non mostra più gli oggetti che gli stanno dietro, le pareti, le case, il paese, la realtà, ma solo libri, formule, modelli, e altri economisti.

Negli anni Ottanta in Italia cresceva la disaffezione degli elettori verso la classe politica. Credevano che una volta eletti, i politici formassero un circolo a sé stante, completamente scollegato dal Paese reale, dai suoi bisogni e dalle sue richieste; una casta, la chiameremmo oggi. La casta degli economisti non è forse troppo differente. Troppo presi dall’amore di sé e dei propri modelli, un amore ormai violento da cui bisognerebbe fuggire, gli economisti e il mondo reale si disaffezionano a vicenda. L’uno, il mondo reale, perché incapace di comprendere questa diatriba che poco o nulla apporta in termini di praticità, accecato da beceri populismi e slogan fin troppo semplicistici. Gli altri, gli economisti, o meglio i macroeconomisti, incapaci o maldisposti a pulire lo specchio in cui si ammirano, accecati da ideologie e dall’amore quale desiderio. Del potere.

Marco Schito

LUISS Guido Carli, Roma

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